Ciad: la fine di un’epoca

I recenti accadimenti

Alle 11.00 del 20 aprile 2021 il portavoce dell’esercito del Ciad, generale Azem Bermandoa, ha annunciato la morte del presidente della repubblica Idris Deby Itno. Secondo quanto riportato dalle autorità, quest’ultimo sarebbe deceduto in seguito alle ferite riportate durante uno scontro fra le forze armate del Ciad e i miliziani del gruppo ribelle Fronte Ciadiano per il Cambiamento e l’Accordo (FACT) avvenuto nei pressi della località di Mao, capoluogo della regione occidentale del Kanem.

Allo stato attuale sussistono perplessità riguardo tale versione dei fatti, con numerose ipotesi -spesso contrastanti – circolate nei giorni successivi (tra cui quella secondo la quale in realtà Deby si trovasse a una riunione con gli stessi membri del FACT che sarebbe degenerata in un conflitto a fuoco). Non si può escludere che nel breve-medio periodo si possa venire a conoscenza di nuove rivelazioni in merito e che l’accertamento della realtà dei fatti possa richiedere molto tempo.

Solo il giorno prima, il 19 aprile, la commissione elettorale del Ciad aveva annunciato la vittoria di Deby (col 79% circa dei voti espressi) alle elezioni presidenziali tenutesi l’11 aprile. Nato a Berdoba nel 1952 e di etnia Bideyat (comunità facente parte del gruppo degli Zaghawa) durante la sua carriera militare aveva guidato la ribellione contro i presidenti Felix Malloum e Hissene Habre ed era stato costretto per un periodo a rifugiarsi in Camerun prima tornare in patria e prendere il potere con un colpo di stato nel 1990. Successivamente, era stato confermato diverse volte al potere dalle urne e si accingeva a iniziare il suo sesto mandato.

Figura 1: Idriss Deby Itno in occasione delle elezioni dell’11 aprile 2021, fonte Bloomberg

Tuttavia, le ultime elezioni si sono svolte in un clima politico e sociale molto teso culminato – nel giorno stesso delle votazioni – nel lancio di un’offensiva da parte del FACT nella regione nord occidentale del Tibesti, partendo dalle sue basi in Libia. Obiettivo dell’operazione era dirigersi verso la capitale N’Djamena (posta nella parte centro-occidentale del Paese) e rovesciare le istituzioni ciadiane. Per questo progetto il FACT ha raccolto il sostegno di altre formazioni armate quali l’Unione delle Forze della Resistenza (UFR), il Consiglio di Comando Militare per la Salvezza della Repubblica (CCMSR) e l’Unione delle Forze per la Democrazia e lo Sviluppo (UFDD). I ribelli si sono diretti verso sud e il 15 aprile a Zouarké hanno subìto un bombardamento da parte dell’aviazione ciadiana. Il 17 aprile sono cominciati gli scontri nell’area di Mao nei quali, secondo le ricostruzioni diffuse dalle autorità, avrebbe perso successivamente la vita Deby. Il 18 aprile, il leader del FACT Mahamat Mahadi Ali ha ammesso che in seguito alle perdite subite la colonna di suoi sostenitori ha effettuato una ritirata strategica verso nord che ha visto parte dei miliziani rifugiarsi nella regione del Tibesti e in Niger. Il 24 aprile il FACT si è dichiarato pronto a un cessate il fuoco e a una trattativa con le istituzioni di transizione per il raggiungimento di un accordo politico. Tale appello ha trovato una certa eco in alcuni settori della classe politica, tuttavia il portavoce delle forze armate ciadiane ha respinto qualsiasi ipotesi di dialogo lanciando al contempo un appello ai Paesi vicini, in particolare al Niger, per ricevere sostegno nella caccia ai ribelli.

Parallelamente, sul piano interno è stato creato un Consiglio Militare di Transizione (CMT) composto da 15 militari e presieduto dal generale Mahamat Idriss Deby (detto Generale Kaka), trentasettenne figlio del presidente e capo della Direzione Generale dei Servizi di Sicurezza delle Istituzioni dello Stato (DGSSIE). La costituzione è stata sospesa mentre l’Assemblea Nazionale (il parlamento unicamerale del Ciad) e il governo sono stati sciolti. Il 21 aprile il CMT ha reso noto un documento programmatico (la sua “carta”) che delinea le modalità di gestione della fase di transizione (che dovrebbe durare 18 mesi, con una sola possibilità di proroga, e concludesi con l’indizione di libere elezioni) durante la quale dovrebbe essere varata una nuova costituzione. Il CMT dovrebbe essere affiancato da un Consiglio Nazionale di Transizione e da un Governo di Transizione. Il Consiglio Nazionale di Transizione rappresenterebbe il potere legislativo e dovrebbe essere composto da 93 membri provenienti da tutte le classi sociali. Il Governo di Transizione dovrebbe applicare i testi legislativi. I componenti di questi due organi dovrebbero essere scelti dal capo del CMT. Il potere giudiziario dovrebbe rimanere indipendente. Il 26 aprile Albert Pahimi Padacké, ex primo ministro sotto Deby dal 2016 al 2018 e poi diventato suo rivale (alle presidenziali dell’11 aprile è arrivato secondo col 10,32% delle preferenze), è stato nominato dal CMT capo del Governo di Transizione, con il compito di dar vita ad un nuovo esecutivo entro il prossimo 10 maggio. Due dei principali partner del Ciad, la Francia e gli USA, hanno espresso il loro sostegno al CMT.

Figura 2: Mahamat Idriss Deby, fonte CGTN

I partiti di opposizione e vari gruppi della società civile, che denunciavano le persecuzioni del regime di Deby, hanno fin da subito manifestato le loro critiche nei confronti della creazione del CMT e della sospensione della costituzione e delle istituzioni, parlando di nuovo colpo di stato militare. Secondo loro, la normativa in vigore (peraltro voluta da Deby stesso) prevede infatti che in caso di impedimento definitivo del presidente della repubblica a svolgere le sue funzioni sia il presidente dell’Assemblea Nazionale ad assumere l’incarico di capo dell’esecutivo ad interim.  Dal 27 aprile sono state indette manifestazioni da numerosi gruppi della società civile e dai partiti di opposizione Wakit Tamma in varie città del Ciad, fra le quali N’Djamena (in particolare negli arrondissement 6,8 e 9), Moundou (la capitale economica), Sarh (la terza città per ordine di grandezza), Mondo e Doba. In diverse occasioni, e in particolare nella capitale, le contestazioni sono degenerate in scontri e, secondo quanto riferito dalla stampa, almeno tre persone sarebbero morte. Oltre alla polizia anche l’esercito è infatti intervenuto per reprimere il dissenso con la forza. Nel corso dei cortei, oltre a slogan pro democrazia e contro l’operato del CMT, sono state rivolte accuse di ingerenza alla Francia e una stazione di servizio della compagnia Total a N’Djamena è stata saccheggiata.

La questione etnica

L’offensiva avviata dal FACT l’11 aprile 2021, e che avrebbe portato alla morte di Deby, può essere letta come il culmine del lungo processo di rafforzamento dei ribelli ciadiani verificatosi negli ultimi anni.

Il Ciad è un Paese eterogeneo dal punto di vista etnico, con oltre 200 gruppi presenti. Il principale, i Sara (di religione cristiana o animista), vive nel sud e rappresenta poco meno del 30% degli abitanti ciadiani. Tra gli altri gruppi etnici di religione musulmana si registrano gli Zaghawa (cui, come visto in precedenza, fa capo la comunità della famiglia Deby) e i Teda, della regione settentrionale di Tibesti. Le opposizioni politiche accusano la famiglia Deby e (indirettamente) il partito di governo Mouvement Patriotique du Salut (MPS), di favorire il proprio gruppo etnico a scapito di altre etnie, in particolare all’interno delle forze armate.

Un rapporto dell’International Crisis Group del gennaio 2021 ha elencato una serie di criticità che si riscontrano all’interno delle forze di sicurezza ciadiane. Fra le altre, si osserva una crescita delle tensioni etniche all’interno dei ranghi. Appaiono in forte aumento i casi di soldati che si rifiutano di partecipare a operazioni militari contro gli appartenenti alla propria etnia, come quelle per porre fine agli scontri fra clan. Ciò sta creando problemi sotto il profilo della disciplina, in particolare nel contrasto alle violenze tribali. Nelle regioni centrali del Kanem e di Bahr el-Ghazel (BEG), si stanno intensificando le tensioni fra gli Zaghawa e gli altri gruppi vicini all’ex presidente da un lato e le popolazioni locali dall’altro. Proseguono nelle regioni orientali di Ouaddai e Sila gli scontri tra la popolazione semi-nomade e le comunità di etnia araba. Simili tensioni si registrano anche nella regione di Salamat al confine con la Repubblica Centrafricana. Inoltre, dopo scomparsa di Idriss Deby, le acredini tra i differenti clan degli Zaghawa potrebbero crescere nel contesto di una rinnovata lotta per la conquista di posizioni di potere.

La denuncia del predominio economico e politico acquisito dagli Zaghawa nel corso della lunga stagione di governo di Deby rappresenta uno degli elementi cardine attorno ai quali si è strutturata l’insorgenza dei gruppi ciadiani. Secondo quanto sostenuto dai ribelli, infatti, la famiglia Deby ha progressivamente marginalizzato le altre etnie.

Sebbene la recente incursione nella regione di Kanem (aprile 2021) costituisca l’azione bellica di maggior rilievo compiuta dalle formazioni ciadiane negli ultimi 13 anni, essa non rappresenta un unicum nella storia recente del Paese. Tentativi di colpi di stato da parte di gruppi ribelli erano stati già registrati nel 2006, nel 2009 e nel 2019. I primi due furono orditi dal principale movimento insurrezionale dei primi anni Duemila, il Movimento per la Democrazia e la Giustizia (MDJT – attivo tra il 2005 e il 2010 e ufficialmente smantellato nel 2011) ed ebbero inizio dalle regioni orientali verso la capitale (poiché il gruppo aveva base in Sudan). Con la dissoluzione dell’MDJT, miliziani e risorse armate sono convogliate nell’UFR, guidata da Timan Erdimi, nipote del defunto presidente. In seguito ad un’offensiva delle forze sudanesi, dal 2013 l’UFR ha posto le sue basi nelle regioni di confine tra il Ciad e la Libia, accogliendo al suo interno 9 formazioni minori.

Nel 2016, a causa di dissidi interni, i gruppi della regione di Tibesti hanno conosciuto una ricomposizione e attualmente possono essere individuati 3 soggetti: l’UFR di Erdimi, l’UFDD e il FACT di Mahamat Mahadi Ali. Quest’ultimo, già noto alle forze di sicurezza ciadiane per aver militato nel MDJT e nell’UFR, nell’aprile 2016 a Tanova ha costituito il FACT, i cui miliziani appartengono soprattutto all’etnia Teda.

Secondo le stime più recenti, il FACT disporrebbe di circa 1.500 uomini, 150-400 veicoli blindati e artiglieria leggera e pesante. Per numero di effettivi e sistemi d’arma in suo possesso, il FACT rappresenta il principale gruppo terroristico ciadiano. Tale strutturazione è stata possibile essenzialmente attraverso due elementi. In primo luogo l’UFR, divenuto in seguito FACT, è stato a lungo attivo nel conflitto libico dal 2011 in poi a sostegno dell’Esercito Nazionale Libico (ENL) del generale Khalifa Haftar. Nel corso della guerra in Libia, il FACT è stato rifornito di mezzi militari e sistemi d’arma per presidiare le postazioni meridionali dell’ENL. In secondo luogo, Mahamat Mahadi Ali ha ottenuto un sostegno pressocché unanime da parte della popolazione Teda, accedendo così alle ampie risorse aurifere della regione di Tibesti.

I Teda, o Tubu, sono una popolazione di circa 88.000 abitanti attualmente stanziati a cavallo tra il Ciad (regione di Tibesti) e il sud della Libia. La regione di Tibesti, a lungo considerata periferica, dal 2012 ha riscosso un rinnovato interesse da parte delle istituzioni ciadiane in seguito alla scoperta di abbondanti giacimenti auriferi e di uranio. La mutazione dei modelli e dei traffici economici locali ha influenzato il quadro di sicurezza della regione, polarizzando le tensioni tra i Teda, sostenuti dal FACT, e i gruppi di minatori di altre regioni, supportati dal governo e dagli Zaghawa. Infine, il FACT è riuscito ad imporsi come attore autonomo per il controllo dei traffici di oro nella regione, traendone un notevole vantaggio economico. Le risorse e il consenso ottenuti hanno consentito al gruppo di Mahamat Mahadi Ali rafforzare le proprie posizioni nella regione di Tibesti per poi preparare l’incursione dell’aprile 2021 con l’obiettivo di rovesciare le istituzioni a N’Djamena.

Boko Haram e la minaccia terroristica

Il FACT e le altre formazioni ciadiane, pur caratterizzate da un elevato livello di mobilità tra il Ciad e i Paesi confinanti, sono gruppi essenzialmente endogeni. Strutturati attorno al supporto della popolazione locale, sul piano tattico tali formazioni prediligono scontri di tipo militare ed azioni di guerriglia.

Tuttavia, la minaccia terroristica nel Paese è duplice ed è posta anche da gruppi esogeni di matrice jihadista che dal 2015 compiono azioni (attacchi con armi da fuoco, attentati con esplosivi, sequestri di persona, ecc.) in territorio ciadiano, soprattutto nell’area del Lago Ciad al confine con Camerun, Niger e Nigeria. Tali attacchi sono compiuti dai jihadisti nigeriani dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (Islamic State West Province-ISWAP) e della Jamaat Ahlussunnah lid-Dawa wal-Jihad (JAS), conosciuti anche collettivamente con il nome di Boko Haram.

Boko Haram è un movimento terroristico d’ispirazione jihadista nato nel nord est della Nigeria ad opera principalmente di appartenenti all’etnia Kanuri. Nel corso degli anni il gruppo si è imposto come un attore parastatale capace di prendere il controllo di parti del territorio nigeriano e di influenzare la gestione delle risorse, soprattutto alimentari, nella regione del Lago Ciad. Il 7 marzo 2015 Abubakar Shekau, il leader di Boko Haram, ha dichiarato la propria fedeltà allo Stato Islamico (IS). Nel 2016 l’IS ha accettato ufficialmente l’affiliazione del gruppo, rinominandolo ISWAP, e ne ha affidato la guida ad Abu Musa al Barnawi. Ciò ha portato a una spaccatura in seno al gruppo, con una fazione che è rimasta fedele ad Abubakar Shekau e una che ha seguito al Barnawi. Nel marzo 2019, al Barnawi è stato parzialmente allontanato dal comando di ISWAP in favore di Ba Idrisa. Tuttavia, anche quest’ultimo, nel marzo 2020 è stato destituito e sono stati nominati due nuovi leader, i quali rispondono al consiglio della shura di ISWAP. Le azioni di ISWAP sono dirette soprattutto contro l’esercito e le istituzioni governative, con l’obiettivo di preservare il consenso raccolto tra la popolazione locale.

La fazione di JAS, a differenza della leadership collegiale di ISWAP, è strutturata attorno alla figura del suo leader Shekau. Inoltre, JAS ha concentrato i suoi attacchi contro obiettivi civili e religiosi (anche musulmani), spesso ricorrendo ad attentatori suicidi (tra cui anche donne e bambini) nonché all’uso di mine. Queste differenze strategiche e operative, tuttavia, sottendono ad obiettivi similari che hanno portato spesso, e con maggiore frequenza nel 2019-2020, a violenti scontri tra le due fazioni.

I primi attacchi dei jihadisti nel Paese sono avvenuti tra il 2015 e il 2016, quando furono registrate alcune azioni anche nella capitale N’Djamena. Nello specifico, il 13 febbraio 2015 alcuni miliziani di Boko Haram fecero irruzione a Ngouboua, bruciando i due terzi della città. Successivamente, il 15 giugno 2015 furono compiuti due attentati contro il commissariato centrale e la scuola di polizia di N’Djamena nel centro della città, con un bilancio di 33 morti.

Figura 3: aree d’influenza di Boko Haram, fonte ICG

Tra il 2016 ed il 2018 gli attacchi compiuti in Ciad hanno conosciuto una netta decrescita, per poi subire un nuovo e decisivo incremento tra il 2019 e il 2020. Complessivamente, dal 2015 in poi sono stati registrati in territorio ciadiano 114 attacchi terroristici da parte di Boko Haram (poi ISWAP e JAS) di cui 35 nel 2019 e 38 nel 2020. Di questi 108 (ovvero il 91,5%) è stato registrato nella regione di Lac, che risulta pertanto quella maggiormente interessata dalla minaccia terroristica. Tuttavia, tra gli Stati che si affacciano sulla regione del Lago Ciad, il Paese risulta quello che ha subito il minor numero di attacchi da parte dei gruppi terroristici nigeriani. Inoltre il Ciad, dopo la Nigeria, è il Paese dell’area con il più alto tasso di diserzioni dai gruppi jihadisti (circa 2.400 dal 2016). Questi dati in parte mostrano che le forze di sicurezza ciadiane, grazie anche al supporto logistico di attori esterni, hanno attuato un’azione di contrasto al terrorismo più efficace rispetto ai vicini.

Figura 4: attacchi jihadisti in Ciad tra il 2015 – 2021, fonte dati ACLED
Figura 5: attacchi di matrice jihadista nella regione di Lac (Ciad), fonte Africa Center for Strategic Studies

Ciononostante, l’insorgenza jihadista in territorio ciadiano ha mostrato alcuni segnali di mutamento a partire dall’attacco del 23 marzo 2020 che, ad oggi, rappresenta il più grave attacco compiuto dai jihadisti nel Paese e la peggiore azione asimmetrica verificatasi nella storia del Ciad. L’attacco è avvenuto ai danni di un complesso militare situato nella penisola di Boma, nel Lago Ciad. Gli assalitori hanno preso di mira la postazione militare via lago, giungendo da 4 differenti direzioni a bordo di 5 natanti a motore. Nel corso dell’azione, durata circa 8 ore, i miliziani hanno fatto ampio ricorso a lanciarazzi, causando nel complesso 98 vittime e 44 feriti tra le file dei militari. Il 31 marzo 2020, le forze di sicurezza ciadiane hanno lanciato l’operazione denominata Boma Anger, riferendo in seguito di aver eliminato circa 1.000 miliziani.

Tale attacco, per cui inizialmente era sospettata la fazione di ISWAP, è stato rivendicato da Shekau evidenziando la capacità di JAS di compiere anche complesse azioni armate contro le forze di sicurezza locali. Dall’analisi degli eventi di Boma, inoltre, è emerso un elemento di particolare rilevanza per l’insorgenza jihadista in tutta la regione del Lago Ciad, ovvero l’incremento degli attacchi compiuti da JAS nella regione ciadiana di Lac, di fatto distante dalle roccaforti di Shekau in territorio nigeriano. Tale incremento appare confermato anche dagli attentati suicidi compiuti da terroristi di sesso femminile nell’area di Lac nell’agosto 2019 e gennaio 2020, ovvero una tipologia di azione compiuta soprattutto da JAS. A ben vedere, il maggiore attivismo della fazione di Shekau in territorio nigerino e ciadiano è risultato possibile grazie alla cooptazione del malcontento della popolazione di etnia Buduma. I Buduma sono una popolazione di circa 138.000 abitanti di religione musulmana, stanziati sulle rive e sulle isole del Lago Ciad. Il 95% dei Buduma vive in territorio ciadiano. Conosciuti localmente anche come Yedina, i membri di questa popolazione semi-nomade si sostengono essenzialmente con la pastorizia, nella stagione delle piogge e sulla pesca, nella stagione secca. A causa della crisi securitaria, le rotte commerciali e alimentari del Lago Ciad sono mutate, isolando de facto le popolazioni che vivono sulle coste e le isole del Lago.

Figura 6: rotte terrestri commerciali ed alimentari nel Lago Ciad, fonte ISS

I Buduma appaiono avere ottenuto sostegno da parte del gruppo armato denominato ‘Bakura Faction’, dal nome del suo leader Ibrahim Bakura. Quest’ultimo, già membro di Boko Haram, in seguito alla scissione del gruppo nigeriano si è schierato con Shekau pur operando in un’area distante dai territori di JAS in Nigeria. Tra il 2016 e il 2019 Bakura ha costituito una propria milizia che opera nell’area settentrionale del Lago Ciad e appare strutturata attorno al reclutamento della popolazione Buduma.

Pertanto, con specifico riferimento alla minaccia posta dai due gruppi in territorio ciadiano, ISWAP appare oggi nel complesso maggiormente attivo. Tuttavia, qualora gli elementi emersi nel corso del 2020 riguardo la fazione di Bakura fossero confermati, allora si potrebbe registrare un incremento delle azioni compiute da JAS anche in Ciad.

Oltre ad ISWAP e JAS, si segnala la presenza di un altro soggetto di ispirazione jihadista nella regione, lo Stato Islamico del Grande Sahara (Islamic State Greater Sahara- ISGS), la cui pericolosità all’interno del Ciad appare al momento contenuta. La sola azione indirettamente rivendicata dal gruppo è avvenuta il 30 novembre 2016, quando un individuo ha esploso alcuni colpi d’arma da fuoco contro gli agenti di polizia che erano in servizio vicino all’Ambasciata USA a N’Djamena prima di essere tratto in arresto. Dai documenti rinvenuti è emerso che l’uomo aveva giurato fedeltà all’IS ed era riconducibile all’ISGS. Tuttavia, dal 2019 in tutto il Sahel e la zona del Lago Ciad le azioni compiute dall’ISGS sembra siano state poi rivendicate da ISWAP. Tale dinamica, pur essendo riconducibile ad obiettivi propagandistici da parte di ISWAP, non consente un’accurata valutazione della minaccia posta dal gruppo di origini saheliane in Ciad.

La complessità che caratterizza il terrorismo di matrice jihadista nel Sahel e nel Lago Ciad ha comportato la strutturazione di apparati di contrasto al terrorismo altrettanto articolati, in cui il Ciad ricopre un ruolo primario. L’azione contro i gruppi terroristici si articola in molteplici missioni internazionali che coinvolgono attori esterni all’area (su tutti la Francia), organizzazioni internazionali (Nazioni Unite e Unione Africana) e soprattutto i Paesi del Lago Ciad e del Sahel. I Paesi del Lago Ciad (Nigeria, Niger, Camerun e Ciad) sono coinvolti nella missione Multinational Joint Task Force (MJTF), cui si è recentemente aggiunto il Benin. La MJTF è stata ufficialmente approvata dall’Unione Africana il 3 marzo 2015 e conta a oggi circa 8.000 uomini schierati nella regione del Lago Ciad. Complessivamente N’Djamena dichiara di aver schierato nella regione del Lago Ciad 6.000 uomini, 3.000 nell’ambito del MJTF e 3.000 membri delle forze di sicurezza ciadiane.

I Paesi saheliani (Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad) sono impegnati invece nella missione G5 del Sahel. La missione è nata nel 2014 ed ha ottenuto l’approvazione dell’Unione Africana nel 2017. Il G5 Sahel dispone di un budget annuo di circa $130 milioni e di 5.000 effettivi. Il Ciad contribuisce alla missione con 550 militari e 100 gendarmi, cui vanno sommati i circa 1.500 uomini impegnati nella missione della Nazioni Unite attiva in Mali (MINUSMA). Come per la MJTF, N’Djamena ospita una delle 3 basi di comando della missione. Se la MJTF ha mostrato un certo grado di coordinamento tra i Paesi coinvolti, raggiungendo alcuni degli obiettivi prefissati, l’azione di contrasto al terrorismo del G5 Sahel non ha ottenuto l’impatto auspicato dai Paesi fondatori.

Dal 2015, e con maggiore evidenza oggi in seguito alla morte di Deby, il Ciad appare essersi sovraesposto nel contrasto a fattori di rischio esogeni rispetto alle reali capacità e risorse delle proprie forze armate. Qualora l’evoluzione della crisi ciadiana richiedesse il rientro di truppe in territorio nazionale per contrastare la minaccia posta dai gruppi armati endogeni, allora le joint task force MJTF e G5 Sahel potrebbero conoscere una decrescita del numero e della qualità degli effettivi, con rilevanti conseguenze per la sicurezza della regione.

Outlook

La morte improvvisa di Deby ha segnato l’inizio di una fase d’insicurezza sotto il piano politico e sociale per il Ciad. L’assenza di una chiara indicazione di Deby relativamente alle modalità di gestione della sua successione ha contribuito a rendere l’attuale scenario estremamente fluido e suscettibile di repentine accelerazioni nelle prossime settimane.

Tra gli elementi di maggiore incertezza vi è sicuramente la figura, per molti aspetti sconosciuta, di colui che è stato chiamato a sostituire il defunto leader, ossia il figlio Mahamat Idriss. Costui ha effettivamente svolto nel corso degli anni un ruolo crescente negli apparati di sicurezza al fianco del padre, ma è stato lontano dalla scena pubblica e quindi sulle sue idee politiche o sulle sue capacità gestionali si conosce poco o nulla. Fra l’altro, la sua (relativamente) giovane età potrebbe porlo in contrasto con gli ufficiali più anziani delle forze armate.

Inoltre, restano da considerare le dinamiche interne alle diverse correnti degli apparati di sicurezza di cui le politiche messe in atto dal CMT rappresenteranno l’espressione. La questione fondamentale appare essere quella della tenuta della coesione delle istituzioni militari, alla luce non solo di una possibile nuova offensiva del FACT, ma anche delle crescenti tensioni sul piano etnico che si registrano da diverso tempo.

La rapida costituzione del CMT e la scelta del figlio del defunto presidente come leader sono state lette come una mossa degli Zaghawa per conservare il controllo dello stato, accrescendo l’insofferenza dei vari gruppi etnici. Sono quindi possibili nel breve-medio periodo fratture all’interno degli apparati di sicurezza con la nascita di nuove formazioni armate, scontri fra militari di diversi schieramenti e arresti ed epurazioni di graduati ritenuti ostili alla nuova dirigenza.

Sul piano politico-sociale interno – fermo restando l’incognita della postura che il CMT assumerà alla fine della transizione di 18 (o più) mesi – è prevedibile che opposizioni e organizzazioni della società civile organizzeranno proteste e scioperi, con scontri violenti e diffusi fra manifestanti e forze di sicurezza, accompagnati da saccheggi e atti di vandalismo ai danni delle attività produttive. Tali iniziative in passato non hanno indebolito il regime di Deby e si presume che anche in questo caso non dovrebbero mettere in pericolo la tenuta del CMT e degli organi collegati che utilizzeranno le forze di sicurezza per reprimere il dissenso. Tuttavia, è necessario valutare l’evoluzione della contestazione alla luce delle tensioni viste in precedenza. Non è infatti possibile escludere l’ipotesi di una saldatura fra contestazione politica, settori dissidenti delle forze armate e alcuni gruppi ribelli. La nomina di Albert Pahimi Padack, che ha suscitato perplessità (e in diversi casi opposizione) in numerosi settori dell’opinione pubblica e della classe politica, solleva dubbi sulla sua capacità di incidere effettivamente in quanto capo dell’esecutivo voluto dal CMT.

La scomparsa di Idriss Deby, oltre ad avere pesanti ripercussioni sul piano interno, rischia di generare una modifica dei già precari equilibri militari e politici dell’intera area del Sahel.

In primis, Deby ha rappresentato uno dei cardini della politica francese nell’area e il supporto militare e politico offerto da Parigi al presidente nel corso dei decenni ha contribuito a renderlo uno dei principali attori della regione. Il sostegno di Parigi al CMT non esclude però la ricerca di nuovi partner tra i capi di stato locali, con l’obiettivo ultimo di preservare il disegno strategico francese delineato nell’area negli ultimi decenni.

Inoltre, non è possibile scartare l’ipotesi che la morte di Deby possa determinare una riduzione (quantomeno momentanea) della rilevanza del Ciad nello scenario del Sahel. Vista la fase di transizione politica iniziata con la morte di Deby e l’instabilità sul piano della sicurezza dovuta all’azione dei ribelli, è possibile che nel breve periodo le autorità ciadiane riducano o cessino del tutto (almeno momentaneamente) l’invio di truppe in altri Paesi della regione, favorendo indirettamente l’azione dei gruppi jihadisti. L’instabilità del Ciad, inoltre, potrebbe ulteriormente giovare agli estremisti in seguito allo spostamento delle truppe dalle frontiere del Paese ad altre zone della nazione africana, quali le regioni settentrionali o la capitale. Questo garantirebbe una maggiore libertà di movimento dei gruppi d’insorgenza, in particolare nel bacino del Lago Ciad.

Infine, la variabile posta dal mutamento degli equilibri nel quadrante libico ha giocato un ruolo non del tutto secondario nel determinare i recenti eventi in Ciad. La decisione di dare il via all’operazione di aprile 2021 contro le istituzioni di N’Djamena presa dai ribelli del FACT è stata in parte facilitata dalle difficoltà vissute dal gruppo nel contesto libico con la conseguente riorganizzazione delle sue attività in territorio ciadiano. In tale contesto, non è possibile escludere che nel breve periodo altri gruppi ciadiani basati in Libia possano decidere di incrementare la propria attività in patria, provocando un aumento dei livelli di violenza e del numero di scontri con le forze di sicurezza.

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