Econopoly: Geopolitica centrale per le scelte aziendali. I casi Myanmar e Xinjiang

Post di Daniele Grassi, amministratore delegato di IFI Security ed esperto di relazioni internazionali e sicurezza aziendale – 

Il 1° febbraio, le Forze Armate del Myanmar (Tamtadaw) hanno destituito e messo in arresto il presidente Win Myint e la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, sciolto il neo-eletto parlamento e dichiarato lo stato di emergenza.

L’azione compiuta dai militari non ha colto del tutto di sorpresa la comunità internazionale. Nelle settimane precedenti, infatti, le accuse di brogli da parte dei vertici delle Forze Armate avevano alimentato i timori di un’azione volta a neutralizzare la componente civile del governo, uscita rafforzata dalle elezioni svoltesi a novembre 2020, nonostante i fallimenti registrati nel precedente mandato sotto il profilo delle riforme, della gestione del malcontento nutrito dalle minoranze etnico-religiose presenti nel Paese e delle politiche economiche.

La netta affermazione della Lega Nazionale della Democrazia avrebbe, dunque, spinto i militari a compiere un’azione di forza, allo scopo di preservare i propri interessi politici ed economici da ulteriori e più decisi tentativi di riforma da parte del nuovo esecutivo.

D’altronde, nonostante la transizione avviata nel 2011 dalle stesse Forze Armate, il peso degli investimenti stranieri è ancora relativamente contenuto (circa 5,7 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019-20), in ragione degli ostacoli burocratici, dei rischi reputazionali e delle deboli tutele legali tuttora garantite dall’attuale legislazione. Cina, Singapore e Giappone rappresentano i principali investitori stranieri nel Paese, mentre la presenza di aziende occidentali è ancora molto limitata.

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