Elezioni generali in Iraq: ultima chiamata per l’establishment iracheno

Domenica 10 ottobre 2021, oltre 3.000 candidati raccolti in 110 partiti e 22 coalizioni, parteciperanno alle elezioni parlamentari che assegneranno i 329 seggi del Consiglio dei Rappresentanti. Tale tornata elettorale sarà la quinta dal 2003, anno in cui la missione militare statunitense pose fine al regime di Saddam Hussein.

Il voto del 10 ottobre può essere considerato un risultato conseguito dai movimenti di protesta Tishreen (Ottobre) i quali, tra le varie istanze avanzate durante le manifestazioni, chiedevano le dimissioni del governo dell’allora Primo Ministero Adel Abdul Mahdi ed elezioni anticipate.

Originariamente previste a giugno 2021, le consultazioni sono state fortemente volute anche dall’attuale primo ministro Mustafa al-Kadhimi con la duplice motivazione di venire incontro alle richieste dei movimenti di protesta e di ricucire la profonda frattura tra la popolazione e le istituzioni irachene. Queste ultime, infatti, sono accusate da buona parte degli iracheni di essere ostaggio della corruzione dilagante nella classe dirigente irachena e di aver soppresso i moti di piazza con un uso indiscriminato della violenza (adoperata soprattutto dalle milizie sciite delle PMU – Unità di Mobilitazione Popolare, vicine all’Iran).

In tale contesto, l’esecutivo attualmente al potere ha varato una significativa riforma del processo di voto, dividendo il Paese in 83 distretti elettorali. In precedenza, ogni provincia costituiva una singola circoscrizione mentre, con l’attuale riforma, le singole province sono state divise in diversi distretti elettorali, nel tentativo sia di creare una responsabilità diretta tra i deputati e gli elettori (riducendo, in questo modo, il peso dei partiti), sia di garantire maggiori chance di elezione ai candidati indipendenti. L’attuazione di questa riforma ha determinato un netto calo del numero dei candidati al Consiglio dei Rappresentanti, passato dai 6.904 candidati del 2018 agli attuali 3.249.

Oltre alla riforma dei distretti elettorali, l’Alta Commissione Elettorale Indipendente (Independent High Electoral Commission – IHEC) ha approvato la supervisione del processo elettorale da parte di 100 osservatori delle Nazioni Unite e di 130 provenienti dall’Unione europea. La regolarità del voto, nei piani della IHEC, dovrebbe essere inoltre garantita dall’utilizzo obbligatorio delle tessere elettorali biometriche, le quali dovrebbero impedire i diffusi brogli denunciati nelle precedenti elezioni. Per quanto concerne la sicurezza, è previsto un ingente dispiegamento dell’esercito e delle forze di polizia (i quali si sono recati alle urne l’8 ottobre). Durante i giorni in cui si svolgeranno le consultazioni, inoltre, le autorità irachene hanno annunciato la chiusura degli aeroporti e di tutti i punti di ingresso nel Paese.

Possibili scenari post-elettorali

Secondo quanto dichiarato dalla IHEC, i risultati della tornata elettorale dovrebbero essere annunciati entro il 12 ottobre. Tuttavia, sono possibili sia ritardi nei conteggi dei voti sia richieste di riconteggio avanzate da partiti eventualmente intenzionati a prolungare l’impasse politica o non soddisfatti dei risultati ottenuti. Dal punto di vista politico, è remota la possibilità che le imminenti consultazioni possano alterare profondamente lo status-quo.

Scarsa affluenza elettorale

Sebbene le elezioni anticipate siano state largamente richieste dai movimenti di protesta Tishreen, questi ultimi hanno constatato le gravi difficoltà incontrate dai candidati indipendenti (99 candidati secondo quanto riferito dalla IHEC), sia per lo scarso radicamento sul territorio sia per la scarsa sicurezza ad essi garantita (negli ultimi messi, sono stati frequentemente vittime di campagne intimidatorie e, in taluni casi, di assassini mirati). Conseguentemente, hanno deciso di invocare una massiccia campagna di boicottaggio, alla quale si sono uniti anche i partiti Fronte del Dialogo Nazionale Iracheno, l’Iraqi Podium e il Partito Comunista Iracheno.

Nonostante i ripetuti appelli ad esercitare il diritto di voto rivolti ai cittadini iracheni, da parte sia della massima autorità religiosa del Paese, l’Ayatollah Sayyid Ali al-Sistani, sia delle principali cariche istituzionali irachene, il ritiro dalla tornata elettorale dei partiti di stampo più civico e liberale, unito al boicottaggio invocato dai movimenti di protesta Tishreen potrebbe determinare, verosimilmente, una bassa affluenza alle urne, con un tasso di partecipazione suscettibile di attestarsi tra il 30% e il 40%, confermando il trend registrato dal 2005. Un tasso di astinenza così alto confermerebbe la graduale e crescente mancanza di fiducia da parte della popolazione irachena circa la capacità della classe dirigente di risolvere i problemi cronici che affliggono il Paese, sia a livello politico che sul piano economico e sociale.

Figura 1. Affluenza elettorale registrata nelle votazioni generali tenutesi in Iraq dal 2004. Fonte: The International Institute for Democracy and Electoral Assistance.

Mantenimento dello status-quo

Se i dati relativi alla scarsa affluenza dovessero essere confermati, è verosimile ipotizzare che la prossima tornata elettorale restituirà dei rapporti di forza sostanzialmente invariati, con i partiti tradizionali in una posizione preminente rispetto ai candidati indipendenti che si sono fatti portavoce delle istanze delle piazze. In ogni caso, è verosimile ipotizzare che occorreranno diverse settimane di trattative per determinare la composizione della maggioranza sulla quale ricadrà la responsabilità di formare il nuovo governo iracheno.

Il Movimento Sadrista, che prende il nome dal proprio leader, il clericale sciita Moqtada al-Sadr, dovrebbe confermarsi come il partito più votato. Nonostante i suoi consensi inizino a risentire di alcune audaci e ondivaghe manovre politiche condotte negli ultimi anni (in particolare, dopo aver inizialmente appoggiato i moti di protesta popolare, ha contribuito alla loro repressione attraverso l’impiego della sua milizia Saraya al-Salam), al-Sadr può godere tuttora di una solida base elettorale, soprattutto nella capitale Baghdad e nei governatorati del sud, per quanto difficilmente sufficiente a consentirgli la formazione di un esecutivo autonomo.

La coalizione al-Fatah, guidata da Hadi al-Ameri, comandante della milizia sciita al-Badr, e rappresentante degli interessi politici delle milizie sciite più allineate all’Iran, dovrebbe confermarsi come principale concorrente del Movimento Sadrista, potendo contare su una macchina mediatica e propagandistica che comprende numerosi canali TV e quotidiani affiliati ideologicamente. Ciononostante, la coalizione potrebbe subire un contraccolpo elettorale dovuto all’indiscriminato utilizzo della violenza perpetrato dalle PMU per reprimere i moti di protesta del 2019-2020. Nella fase post-elettorale, è probabile che la coalizione al-Fatah tenti di siglare un accordo con la coalizione State of Law, guidata dall’ex Primo Ministro Nouri al-Maliki.

Per quanto concerne il campo sciita, si segnala infine la coalizione National Wisdom Movement, guidata dal clericale sciita Ammar al-Hakim e dall’ex Primo Ministro Haider al-Abadi, la quale cercherà di intercettare quella parte di elettorato sciita che si colloca su posizioni meno settarie e più riformiste.

Relativamente al Kurdistan, difficilmente questa tornata elettorale potrà determinare un mutamento degli equilibri di forze in essere tra i partiti principali della regione semi-autonoma, anche in virtù dello scarso interesse che le elezioni generali suscitano nella popolazione curda. Il KDP (Kurdistan Democratic Party), pertanto, dovrebbe confermarsi come partito di riferimento della regione, seguito dai rivali del PUK (Patriotic Union Kurdistan). Questi ultimi potrebbero incorrere in una lieve flessione del proprio consenso elettorale, a seguito delle schermaglie interne al partito che hanno visto il co-presidente Bafel Talabani esautorare l’altro co-presidente Lahur Talabani. Lo scontro interno al clan Talabani per il controllo della leadership del PUK, difatti, potrebbe avere rafforzato, nella popolazione curda, l’idea che la dirigenza del PUK sia più intenta a tutelare e a gestire gli affari del clan che a perseguire il benessere dei cittadini curdi. Per quanto concerne le eventuali alleanze post-voto, è altamente probabile che il KDP possa convogliare i propri voti in una coalizione con i sadristi o con il National Wisdom Movement, mentre il PUK potrebbe stringere un’alleanza con la coalizione al-Fatah, in virtù dei buoni legami che il PUK intrattiene con l’Iran.

Per quanto concerne il campo sunnita, i due attori principali si confermeranno ancora una volta Khamis al-Khanjar, che guida il movimento Azm, e Mohammad al-Halbousi, alla guida del partito Taqaddum. Appare probabile che Khamis al-Khanjar, in virtù del forte sostegno ricevuto dall’Iran, possa unirsi in una coalizione post elettorale con la coalizione al-Fatah, fornendo a quest’ultima ulteriori seggi utili a conseguire la maggioranza nel Consiglio. Dall’altro lato, al-Halbousi potrebbe fornire il proprio supporto al Movimento Sadrista, in virtù degli ottimi rapporti che intercorrono tra il suo movimento e l’Arabia Saudita, che a sua volta considera al-Sadr un partner credibile.

Relativamente al campo indipendente, è difficile ritenere che molti candidati riescano a superare le soglie di sbarramento. Anche in caso di elezione, essi finirebbero per ricoprire un ruolo marginale nell’opposizione parlamentare, con una conseguente scarsa incisività in termini di influenza sull’agenda politica. Ciononostante, nel medio-lungo è verosimile ritenere che tali forze possano progressivamente rafforzarsi e coagulare consensi tra le fasce più giovani della popolazione, soprattutto qualora l’establishment dovesse nuovamente fallire nella gestione delle attuali emergenze securitarie, economiche e sociali.

Infine, sebbene l’attuale Primo Ministro Mustafa al-Kadhimi abbia deciso di non prendere parte alla tornata elettorale, è possibile che talune forze politiche decidano di offrirgli nuovamente la carica, nel caso di una prolungata impasse. Secondo recenti indiscrezioni, Mustafa al-Kadhimi figurerebbe in una lista di nomi di potenziali primi ministri caldeggiati da al-Sadr, qualora il Movimento Sadrista riuscisse ad imporre la propria agenda politica sul resto dello spettro politico iracheno.

Quadro di sicurezza

Relativamente al quadro di sicurezza, sussiste il rischio che lo Stato Islamico possa compiere azioni asimmetriche nei pressi dei seggi elettorali, in particolare nelle aree a maggioranza sunnita del Paese (soprattutto nei governatorati di Ninive, Kirkuk, Salah ad-Din e Diyala), perseguendo il proprio disegno ideologico ostile verso qualunque forma di democrazia. Azioni analoghe, tuttavia, non possono essere escluse a priori anche nei maggiori centri urbani iracheni, soprattutto nei quartieri a maggioranza sciita della capitale Baghdad.

Per quanto concerne le proteste e i movimenti di piazza, appare concreto il rischio di manifestazioni in concomitanza del voto e nei giorni successivi, in particolare a Baghdad e nei principali centri urbani del sud del Paese. Ciononostante, nel breve-medio periodo, è difficile ipotizzare che tali manifestazioni possano raggiungere i livelli di affluenza riscontrati all’apice delle proteste tra gli ultimi mesi del 2019 e i primi mesi del 2020. Tuttavia, in caso di prolungato stallo politico o qualora la coalizione di governo formata dalla nuova maggioranza dovesse deludere eccessivamente le aspettative delle piazze (ad esempio, per la presenza di un numero elevato di figure considerate vicine all’Iran o alle milizie sciite rappresentate dalla coalizione al-Fatah), vi è la possibilità che tali moti possano ritrovare slancio, coinvolgendo in nuove manifestazioni di massa una buona fetta della popolazione che ha perso fiducia nella classe politica (specialmente tra i più giovani), con il conseguente rischio di una nuova violenta ondata di repressione perpetrata dalle milizie sciite delle PMU.

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