Governo di Unità Nazionale libico sfiduciato: l’instabilità istituzionale allontana le elezioni

l 24 settembre 2021 la House of Representatives (HoR), la camera bassa di Tobruk, ha votato la sfiducia al Governo di Unità Nazionale (GUN), organo esecutivo di transizione insediatosi nel marzo del 2021 e guidato dal Primo Ministro Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, accusandolo di aver fallito nel rispondere adeguatamente alle problematiche legate soprattutto alla gestione del budget.

Figura 1. Istituzioni politiche libiche

La scelta dell’HoR, tuttavia, avrà poche conseguenze sull’operatività del governo di transizione in carica. L’attuale esecutivo, infatti, non detiene alcun mandato popolare e rappresenta soltanto uno degli organi provvisori creati in seguito alla cessazione delle ostilità in Tripolitania e all’avvio di un processo di pacificazione nazionale. In quanto tale, il suo compito principale si è sempre limitato a condurre il Paese verso elezioni presidenziali e parlamentari. D’altro canto, il rapporto di Dbeibah con le istituzioni di Tobruk era già peggiorato negli ultimi mesi e la stessa posizione del Primo Ministro risultava in progressivo indebolimento. Dopo un primo momento in cui tutti gli attori libici avevano apparentemente sostenuto il nuovo governo nato nel contesto della road map del Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), progressivamente il fronte a supporto del GUN si era infatti sfaldato sotto il peso del riemergere degli interessi individuali e locali. Il fatto, ad esempio, che a Dbeibah fosse stato proibito di recarsi a Bengasi, aveva già palesato quanto il suo governo di transizione avesse scarsa vocazione nazionale.

Proprio in questo senso, la decisione dell’HoR assume un forte valore simbolico poiché evidenzia, a pochi mesi dalle previste elezioni del 24 dicembre 2021, quanto siano concrete le tensioni e crescente l’instabilità istituzionale dello scenario libico. Il voto di sfiducia dell’HoR mette in risalto, infatti, la frattura ormai incolmabile nel delicato equilibrio di interessi e poteri tra gli innumerevoli attori interni libici, circostanza che aumenta il rischio di veder deragliare gli sforzi per unire la Libia e per traghettarla verso un duraturo processo di ricostruzione istituzionale. 

Già da diversi mesi, del resto, la tabella di marcia stabilita dall’ LPDF per condurre il Paese entro la fine del 2021 a elezioni presidenziali e parlamentari appariva di difficile realizzazione. Dal punto di vista pratico, il problema principale riguarda la definizione di un quadro “costituzionale” che garantisca poteri e funzioni delle future cariche e, non secondariamente, di una legge elettorale sulla base della quale dovranno svolgersi le elezioni. Proprio in riferimento a quest’ultima questione, il 9 settembre il presidente dell’HoR, Aguila Saleh, ha annunciato l’approvazione da parte del parlamento di Tobruk, da lui presieduto, di una legge (la n.1/2021) che andrà a disciplinare tutto quanto attiene al processo elettorale, alle elezioni presidenziali stesse e alla determinazione dei poteri del Presidente dello Stato. Oltre a ciò, ha contestualmente annunciato l’approvazione, a breve, di una seconda legge che andrà a definire il contesto giuridico per le elezioni parlamentari.

Figura 2. Intestazione della Legge n.1/2021 approvata dall’HoR l’8 settembre 2021. Il testo integrale della legge, in arabo, è disponibile all’indirizzo https://parliament.ly/قانون-رقم-1-لسنة-2021-م-بشأن-انتخاب-رئيس-الد/).

La legge elettorale n. 1/2021, notificata successivamente da Saleh all’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Jan Kubis, è stata immediatamente denunciata e dichiarata nulla dall’High Council of State (HCS), la camera alta con sede a Tripoli, a causa della mancata consultazione dell’organo tripolino. La decisione di Saleh è giunta in un momento in cui si erano rese ormai evidenti le difficoltà di adottare una legge elettorale condivisa e ha pertanto riempito un vuoto legislativo altrettanto carico di incertezze e instabilità. Tale modus operandi, del resto, fornisce un notevole vantaggio al presidente dell’HoR. Qualora la legge dovesse essere respinta in toto dagli altri attori libici e dalla stessa comunità internazionale, infatti, la conseguente mancanza di un quadro giuridico elettorale definito imporrebbe, con ogni probabilità, il rinvio delle elezioni presidenziali di dicembre, creando maggiore incertezza per l’intero processo e determinando con ogni probabilità la permanenza al potere degli attuali organi esistenti. Al contrario, qualora a questo scenario si dovessero preferire le elezioni a ogni costo, accettando per questo anche una legge elettorale non condivisa, Saleh avrebbe il vantaggio di aver definito unilateralmente il contesto normativo in cui si terranno le elezioni stesse. Medesime osservazioni sono da farsi, poi, per le elezioni parlamentati e per la legge elettorale ad esse relativa.

La legge approvata dall’HoR delinea un sistema elettorale diretto con una maggioranza di 50+1 al primo turno ed eventualmente, nel caso in cui nessuno candidato raggiunga tale risultato, un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati al primo turno. L’articolo 73 prevede, poi, che il mandato del prossimo presidente sarà di quattro anni. Per quanto concerne i criteri di eleggibilità dei candidati, la stessa legge identifica una serie di condizioni: prima di tutto potranno candidarsi tutti coloro che, civili e militari, avranno lasciato ogni precedente incarico entro il 23 settembre (due settimane dopo l’approvazione della legge e sostanzialmente tre mesi prima delle elezioni). Con riferimento alle generalità dei candidati, questi dovranno essere cittadini libici, di religione musulmana, appartenenti a una famiglia con genitori musulmani e libici e non dovranno avere meno di 40 anni. I candidati non potranno avere doppia cittadinanza, non dovranno essere sposati con un cittadino non libico; dovranno avere una laurea e dovranno godere di tutti i diritti civili, cioè non essere soggetti a interdizioni o inabilitazioni di alcun genere e non dovranno essere stati condannati con sentenza definitiva per un crimine o un reato contro l’onore o la fiducia. Ulteriori criteri per l’elettorato passivo sono il godimento di buona salute e la presentazione di una dichiarazione tramite la quale si attestino le proprietà dei beni immobili e mobili del candidato, e di eventuale consorte o prole, sia in territorio libico che in Stati esteri. Il candidato non dovrà nemmeno essere un dipendente dell’Alta commissione elettorale o dei seggi elettorali. L’ultimo punto, infine, introduce un generico riferimento a eventuali altre condizioni previste per legge.

Sebbene, come detto, l’articolo 12 preveda che entro il 23 settembre chiunque voglia candidarsi alle presidenziali debba aver lasciato il precedente incarico, lo stesso articolo sancisce anche che il candidato potrà tornare al suo precedente lavoro nel caso in cui non dovesse essere eletto. Tale clausola solleva importanti quesiti in merito alla gestione del post-elezioni: una simile previsione, potrebbe infatti aprire teoricamente a una serie di contestazioni “legali” o di pretese di integrazione nelle istituzioni da parte di eventuali candidati non eletti che attualmente rivestono cariche apicali nelle istituzioni di transizione.

Sulla base delle condizioni elencate, la maggior parte degli attuali uomini al potere in Libia potrebbe legalmente presentarsi come candidato alle future elezioni. Sul fronte tripolino, le preoccupazioni maggiori sono quelle relative a una possibile presentazione della candidatura del Generale Khalifa Haftar. Saleh, infatti, è stato ampiamente criticato anche in ragione della sua presunta volontà di favorire direttamente il generale Haftar tramite la definizione di criteri ad hoc per l’elettorato passivo. Dopo una prima fase immediatamente successiva all’avvio della transizione caratterizzata da alcune tensioni, negli ultimi mesi si è assistito a un riavvicinamento tra Haftar e Saleh. Tale riavvicinamento, oltre a evidenziare la persistenza di ambizioni politiche da parte di entrambi i protagonisti della Libia post-2014, parzialmente sacrificate nel corso del processo di transizione politica avviatosi nel 2020, potrebbe aver comportato una più strutturata intesa politica, anche non pubblica, tra i due, volta a favorire un reciproco rafforzamento in vista delle elezioni. Non può dunque del tutto escludersi che i criteri previsti nella legge elettorale siano stati pensati anche in funzione di una possibile candidatura del Generale Haftar. Tuttavia, ciò non esclude la possibilità che possa assistersi anche a una candidatura alle presidenziali dello stesso Saleh. In tal caso, dunque, potrebbero in futuro risorgere progressivamente le passate tensioni tra le due personalità libiche e comunque, più in generale, una eventuale doppia candidatura dei due uomini forti dell’est evidenzierebbe una non totale convergenza delle loro posizioni.

Figura 3. Aguila Saleh
Figura 4. Khalifa Haftar

A pochi giorni dalla presentazione della legge elettorale da parte di Saleh, infatti, Haftar ha pubblicamente annunciato di essersi dimesso come capo delle forze armate libiche e di aver nominato un sostituto ad interim a capo dell’Esercito Nazionale Libico (ENL) il quale conserverà tale carica fino al 24 dicembre 2021, data presunta delle elezioni. Alla luce delle previsioni dell’articolo 12, dunque, tale dichiarazione potrebbe essere un segnale concreto della volontà da parte del Generale della Cirenaica di presentarsi come candidato alla presidenza, anche se resterebbe la necessità di rinunciare alla sua cittadinanza statunitense. Del resto, le possibilità di vittoria di Haftar in future elezioni non sono da sottovalutare: non solo il Generale gode del sostegno della Cirenaica, ma anche di quello della fetta di popolazione che si oppone all’islam politico e che vede in lui la sola personalità realmente in grado di garantire sicurezza in una eventuale futura Libia unificata. È inoltre da considerare anche il supporto, sebbene non sempre lineare e anzi talvolta messo in dubbio, di cui Haftar gode all’estero, in particolare da Russia ed Egitto, ma anche dagli Emirati Arabi Uniti.

Altri possibili candidati alle prossime presidenziali sono  Fathi  Bashagha, ex ministro dell’Interno dell’ex Governo di Accordo Nazionale (GAN) guidato da Fayez al-Serraj, l’ex vice-presidente Ahmed Maitig, figura di rilievo soprattutto durante i negoziati per il cessate-il-fuoco e quelli per la ripresa della produzione petrolifera, Aref al-Nayed, ex ambasciatore di Libia negli Emirati Arabi Uniti e figura libica di rilievo soprattutto nel Golfo (anche in questo caso tuttavia vi sarebbe il problema della doppia cittadinanza, essendo al-Nayed anche cittadino canadese) e l’attuale premier Dbeibah, il quale, pur non essendosi dimesso, potrebbe paradossalmente appellarsi al voto di sfiducia dell’HoR. Con riferimento a quest’ultimo, resta comunque da chiarire la possibilità di una sua candidatura in ragione degli impegni a tal proposito assunti a Ginevra nell’ambito della road map ONU. La candidatura di Dbeibah potrebbe essere sponsorizzata anche dalla stessa Turchia che, negli ultimi mesi, ha trovato nell’attuale primo ministro del GUN un valido interlocutore.

Figura 5. Fathi Bashagha
Figura 6. Ahmed Maitig
Figura 7. Aref al-Nayed
Figura 8. Abdul Hamid Dbeibah
Figura 9. Saif al-Islam Gheddafi

Infine, un’altra possibile candidatura potrebbe essere quella del secondogenito di Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi. Da diversi mesi Saif è tornato, infatti, alla ribalta dell’opinione pubblica internazionale e libica facendo presagire un possibile futuro ruolo in una Libia pacificata: a luglio ha dichiarato al New York Times che solo un movimento politico da lui guidato potrebbe ripristinare l’unità perduta del paese, mentre a inizio settembre, secondo il sito Afrigate, avrebbe fatto esplicitamente riferimento a una sua candidatura alle prossime presidenziali. Sebbene vi siano dubbi sulla sua eleggibilità in ragione del mandato di arresto a suo carico emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI), è pur vero che il settimo criterio per l’elettorato passivo indicato dalla legge n.1/2021 fa riferimento a una condanna con sentenza definitiva, e d’altro canto quello della CPI non è un processo condotto dalle autorità nazionali libiche. A tale proposito, deve tuttavia segnalarsi che ad agosto 2021 la procura militare ha emesso un mandato di arresto per Saif Gheddafi per presunto coinvolgimento nel caso 114/2019 relativo alle uccisioni di mercenari del gruppo russo Wagner durante l’offensiva delle forze di Khalifa Haftar su Tripoli. Tale decisione, insieme al mandato di arresto internazionale della CPI, potrebbe quindi fortemente limitare le future ambizioni politiche di Gheddafi. Sebbene, dunque, permangano alcuni dubbi sulla sua eleggibilità ai sensi della legge approvata dall’HoR, la candidatura di Saif resta comunque uno scenario possibile, principalmente a causa di due fattori.  Il primo riguarda il presunto supporto di cui sembra godere all’interno di una parte della popolazione libica, in particolare in Tripolitania, mentre la seconda circostanza riguarda una possibile sponsorizzazione da parte di attori esterni (in particolare Turchia e, alternativamente, Russia) che potrebbero sfruttare la figura di Saif come candidato pan-libico estraneo alle logiche divisive dell’ultimo decennio.

In tale contesto di profonde divisioni e divergenze di interessi, potrebbe verosimilmente assistersi a un rinvio delle elezioni di dicembre. Qualsiasi ritardo in questo senso, tuttavia, rischierebbe di esacerbare ulteriormente le tensioni tra le diverse parti e compromettere il già fragile cessate-il-fuoco raggiunto a ottobre 2020. Lo stesso generale Haftar ha in passato dichiarato che, qualora le elezioni non dovessero svolgersi, sarebbe pronto a riprendere le armi. In particolare, nel discorso tenuto il 9 agosto nella base militare di Benina, Haftar ha dichiarato che l’ENL non si piegherà mai alla volontà di un potere civile non eletto dal popolo. Questo potrebbe quindi dare adito a uno scenario in cui, in caso di mancate elezioni e dunque di fallimento della road map del LPDF, Haftar sancirebbe una nuova spaccatura tra l’ovest e l’est tramite la formazione di strutture politiche parallele in Cirenaica o, finanche, una ripresa delle armi (evenienza favorita dal fatto che l’ENL rimane schierato anche in Tripolitania). A tal proposito, resta da valutare anche il ruolo dell’ONU: sebbene Kubis abbia dichiarato che tenere le elezioni in Libia, anche in una situazione tutt’altro che ideale, sia comunque più auspicabile di non tenerle affatto, nei fatti una scelta simile potrebbe favorire specifiche fazioni e non il generale processo di integrazione. Non solo: la stessa posizione della comunità internazionale potrebbe risultare indebolita, soprattutto se quest’ultima dovesse forzare la situazione ed imporre la sua visione, evidentemente non condivisa da tutti gli attori in campo.

Qualora le elezioni dovessero comunque tenersi in un quadro caratterizzato da divisioni e tensioni, le stesse difficilmente porteranno alla creazione di istituzioni unitarie condivise e in grado di condurre ad una reale pacificazione e ricostruzione nazionale. Potrebbe dunque configurarsi un ritorno allo status quo ante, con l’eventuale formazione di un governo e di un parlamento deboli, con l’aggravamento della divisione tra est e ovest e delle tensioni su temi come petrolio, sicurezza, introiti, smilitarizzazione, esercito nazionale, ecc. Ne conseguirebbe la formazione di organi secondari aventi l’obiettivo di bypassare le decisioni di quelli eletti e di creare processi politici paralleli, esattamente come accaduto negli anni passati. Una simile nuova frantumazione del panorama istituzionale interno libico annullerebbe in sostanza il risultato delle stesse elezioni. In generale, infatti, più che da eventi e dinamiche contingenti, il principale freno alla formazione di uno stato unitario, con regole e principi comuni, e a un processo elettorale condiviso, continua a essere la mancanza di un vero sentimento nazionale libico.  

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