Il colpo di stato in Guinea e le sue conseguenze sul piano della sicurezza

Il 5 settembre 2021, la Guinea è stata teatro di un colpo di stato organizzato da settori delle forze armate, sfociato nello scioglimento delle istituzioni democratiche e nell’arresto del presidente in carica.

Tale evento rappresenta il culmine di una fase di profonda instabilità politica che attraversa il Paese dal 2019 e che potrebbe proseguire nonostante il tentativo dei militari di imporre un nuovo ordine.

I dettagli del golpe

Nella mattinata del 5 settembre 2021 nelle aree centrali di Conakry, e in particolare nei pressi del palazzo presidenziale di Sékhoutouréya (posto nell’area di Camayenne), si sono registrati movimenti di truppe e scontri a fuoco. Militari appartenenti al Gruppo Forze Speciali (GFS) che si erano spostati con un convoglio di alcune decine di veicoli dalla loro base di Forécariah (località a un centinaio di chilometri a sud ovest dalla capitale) senza incontrare una consistente resistenza hanno circondato il palazzo scontrandosi con la Guardia Repubblicana, il corpo addetto alla sicurezza della presidenza della repubblica. Le forze speciali hanno poi prevalso e nel primo pomeriggio sono circolate sui social media le immagini dell’arresto del presidente Alpha Condé. Costui si troverebbe ancora nel Paese, detenuto in una località imprecisata.

Il comandante del GFS, il tenente colonnello Mamady Doumbouya ha annunciato lo scioglimento delle istituzioni e l’abrogazione della costituzione, nonché la momentanea chiusura delle frontiere terrestri e aeree che però sono state riaperte il giorno dopo agli scambi commerciali e umanitari. Nella stessa giornata del 5 settembre nella capitale vi sono state manifestazioni spontanee di giubilo per la cacciata di Condé. La città risulta essere al momento sotto il controllo dei militari insorti, che hanno imposto a tempo indeterminato un coprifuoco a livello nazionale tra le 20.00 e le 06.00. I governatori delle province e i prefetti sono stati sostituiti da membri delle forze armate. Il 6 settembre il CNRD ha convocato una riunione a cui erano tenuti a partecipare gli esponenti del passato governo (a cominciare dal primo ministro Kassory Fofana) e i vertici delle istituzioni repubblicane (come il presidente del parlamento, quello della Corte Costituzionale e quello della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente). A costoro è stato vietato di lasciare la Guinea e imposto di consegnare i loro documenti di viaggio e veicoli di funzione, ma non sono stati posti in arresto.

Nella notte tra il 5 e il 6 settembre diversi edifici della capitale sono stati saccheggiati; fra di essi, si segnalano la sede del ministero delle comunicazioni, quella della Radiotelevisione della Guinea (situata nella zona di Boulbinet) e la redazione del quotidiano Horoya.

Le ragioni del golpe

Doumbouya ha dichiarato che i militari al suo comando hanno agito in reazione alla crisi profonda sul piano politico ed economico che la Guinea stava attraversando, e in risposta a questioni quali il disfunzionamento delle istituzioni, la cattiva gestione dell’economia, la corruzione endemica e le violazioni dei diritti umani. Essi hanno quindi dato vita al “Comité National du Rassemblement et du Développment” (CNRD, Comitato Nazionale per l’Unione e lo Sviluppo), che gestirà il Paese nella fase di transizione che dovrà, fra l’altro, portare alla redazione di una nuova costituzione. Allo stato attuale non sono chiari né i dettagli né la tempistica di questo periodo di passaggio. Nelle loro dichiarazioni immediatamente successive alla caduta del precedente regime gli autori del golpe hanno affermato di voler organizzare un processo politico inclusivo che tenga conto delle richieste delle diverse regioni ed etnie che compongono la Guinea.

Secondo gli osservatori, a spingere Doumbouya a organizzare il golpe sarebbero state in realtà ragioni di interesse personale. Egli temeva in sostanza di essere estromesso dal presidente in quanto da lui percepito come una minaccia a causa della sua ambizione politica. Nel maggio 2021 a Conakry erano infatti circolate voci (poi rivelatesi infondate) riguardanti un possibile arresto del colonnello. Appartenente al gruppo etnico Malinké (lo stesso di Alpha Condé), Doumbouya ha prestato servizio nella Legione Straniera francese ed è stato formato nella Scuola di Guerra francese (oltre che in Israele, in Senegal e in Gabon). Dopo essere stato di stanza in Afghanistan, Costa d’Avorio e Repubblica Centrafricana, è stato richiamato in patria dallo stesso Condé che lo ha messo a capo delle forze speciali (create nel 2018) con l’obiettivo dichiarato di riformarle e farne un corpo specializzato nella lotta al terrorismo. Lo scopo recondito del capo dello stato sarebbe stato in realtà di usare il GFS nella repressione delle manifestazioni di protesta. Secondo le stime, il GFS conterebbe allo stato attuale 500 effettivi.

Un leader controverso

Al potere dal 2010 dopo un lungo impegno come oppositore ai regimi dittatoriali che si sono succeduti e rieletto per un terzo mandato nell’ottobre 2020, Condé era bersaglio di crescenti contestazioni sia sul piano interno che su quello internazionale. Tali contestazioni erano incentrate sulla svolta autoritaria presa dalla sua gestione nel corso degli anni, svolta che aveva portato secondo i critici a gravi carenze nella governance e a violazioni dei diritti umani su vasta scala. A far precipitare la situazione era stata la decisione di Condé di rivedere la costituzione per avere la possibilità di ricandidarsi nell’ottobre 2020. La sua manovra ha conseguito successo, ma ha portato dal 2019 a un aumento delle proteste e alla nascita di una coalizione fra le principali formazioni di opposizione, il Front National pour la Défense de la Constitution (FNDC, Fronte Nazionale per la Difesa della Costituzione). Tra l’altro, le opposizioni utilizzavano con una certa frequenza alla tattica detta “operation ville mort” (operazione città morta), che prevede il blocco di tutte le attività produttive e amministrative in una determinata area. La forze di sicurezza ricorrevano alla violenza per reprimere le contestazioni (usando fra l’altro proiettili veri e non di gomma contro i manifestanti).  

Le scelte politiche di Condé avevano in particolare esasperato le tensioni fra le varie etnie che compongono il Paese, in particolare quelle fra Malinké e Peul. Pur essendo l’etnia di maggioranza relativa nel Paese (33,4%), non c’è mai stato un presidente Peul e la prevalenza politica ed economica dei Malinké (che rappresentano il 29,4% del totale) di cui Condé era espressione ha incrementato la percezione di marginalizzazione di ampie fasce della comunità Peul. Va poi notato che il principale oppositore politico a Condé durante la sua permanenza al potere (nonché rivale alle elezioni) è stato Cellou Dalein Diallo, di etnia Peul. Questa frattura etnica ha avuto conseguenze sul piano internazionale, in particolare nei rapporti con Senegal e Guinea Bissau. Entrambi questi Paesi sono guidati da membri dell’etnia Peul (rispettivamente Macky Sall e Umaro Sissoco Embalo), e in occasione delle presidenziali del 2020, Condé li ha accusati esplicitamente di sostenere Diallo e di intromettersi quindi nelle questioni interne guineane. Per questo motivo, ha chiuso le frontiere del Paese con tali vicini.

Gli scenari possibili

Nella giornata del 5 settembre un ministro vicino a Condé ha dichiarato in forma anonima alla stampa che si aspettava una risposta militare ai golpisti da parte dei reparti fedeli al presidente. Fino ad ora, tuttavia, tale reazione non si è concretizzata e alcuni reparti si sono schierati al fianco del GFS, che ha lanciato appelli all’unità alle altre componenti delle forze armate. Il fatto stesso che nella loro avanzata i ribelli non abbiano incontrato resistenza se non quella (peraltro insufficiente) del reparto addetto direttamente alla sicurezza del capo dello stato autorizza a ritenere che nei ranghi militari essi godano di un qualche sostegno, anche se esso è difficilmente quantificabile. Il suo servizio all’estero, in particolare per la Francia (di cui è diventato cittadino), e la sua rapida carriera hanno reso però Doumbouya inviso a taluni settori delle forze armate. Non si possono escludere quindi scontri nei prossimi giorni e nel breve periodo la situazione rimarrà fluida sotto il profilo della sicurezza.

Le dichiarazioni concilianti dei golpisti potrebbero portare a un calo delle tensioni sul piano politico ed etnico, con una conseguente diminuzione della frequenza e della intensità delle manifestazioni. Non sono però da escludersi proteste per il modo in cui è avvenuta la transizione e per esercitare pressioni sulla giunta militare in favore di una svolta democratica. Resta tra l’altro ancora da valutare la reazione degli avversari di Condé (e in particolare degli esponenti della comunità Peul) alla presa del potere da parte di un appartenente allo stesso gruppo etnico. Non si può infine escludere l’eventualità di cortei organizzati dai sostenitori di Condé per chiederne il rilascio.

La notizia dell’arresto del presidente è stata seguita indubbiamente da manifestazioni di giubilo. Ma ciò non è una prova certa che il CNRD goda di sostegno popolare. L’ostilità che veniva indirizzata nei confronti dell’ex presidente potrebbe rivolgersi verso un soggetto che si è imposto con la forza e non attraverso un processo democratico.

Con l’allontanamento di Condé è possibile ipotizzare un calo delle tensioni con le nazioni vicine legate alla questioni etniche. Va tuttavia segnalato che la comunità internazionale (e in particolare le organizzazioni regionali quali l’Unione Africana e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) hanno condannato il colpo di stato e chiesto l’immediata liberazione di Condé. Se un intervento militare internazionale organizzato dalle nazioni della regione in Guinea sembra al momento poco probabile, non si può escludere l’imposizione di sanzioni economiche o di altro tipo contro la giunta o il Paese come forma di pressione.

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