Il ritiro statunitense dall’Afghanistan: la minaccia del terrorismo e gli scenari internazionali

Il 7 settembre 2021 i Talebani hanno annunciato la formazione del nuovo governo ad interim, primo atto ufficiale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan dopo la conquista di Kabul e il ritiro statunitense. La scelta dei Talebani pone in evidenza la volontà del gruppo di consolidare la propria posizione interna, puntando sulle componenti più radicali pashtun e ponendo in secondo piano, per il momento, le possibili difficoltà relative al riconoscimento internazionale. Diversi ministri sono inseriti da anni nelle liste dei terroristi delle Nazioni Unite e il governo talebano non appare avere le caratteristiche di inclusività preannunciate dai rappresentanti del gruppo dopo la conquista del Paese.

In generale, la situazione afghana delle ultime settimane ha colto di sorpresa più per la repentina caduta di Kabul che per le azioni dei Talebani, considerata la legittimazione politica che gli islamisti, ancora legati ad al Qaeda, avevano ottenuto dopo l’accordo di pace siglato con gli Stati Uniti nel febbraio 2020 a Doha. Da parte dell’intelligence e dell’amministrazione statunitense sono state riposte eccessive aspettative nei confronti delle capacità di risposta dell’esercito afghano e di tenuta del governo alleato, il quale non era stato coinvolto nelle trattative in Qatar. I Talebani hanno avuto la meglio sugli avversari grazie a una rapida avanzata militare, sconfiggendo truppe afghane ben equipaggiate, ma consce del fatto che una resistenza armata avrebbe solamente posticipato di qualche settimana la caduta di Kabul. Il gruppo è l’unico attore dominante all’interno del variegato contesto afghano e i movimenti di resistenza non appaiono in grado di creare particolari difficoltà all’Emirato Islamico.

Gli Stati Uniti non hanno previsto tutti gli scenari possibili, come quello relativo alla conquista del potere da parte dei Talebani prima dell’effettivo ritiro delle proprie truppe, un’ipotesi considerata erroneamente remota, senza avere dunque a disposizione un piano di emergenza per l’evacuazione. Un ulteriore elemento di criticità è collegato al fatto che l’annuncio ufficiale del ritiro militare (aprile) e l’abbandono della base aerea di Bagram (luglio) sono avvenuti in un periodo dell’anno favorevole ai Talebani, considerato che i militanti utilizzano solitamente i mesi primaverili ed estivi per le operazioni militari, in quanto le migliori condizioni meteorologiche facilitano i movimenti. Tali errori di valutazione e l’accelerazione del processo di riconquista talebana hanno creato i presupposti per un’evacuazione affrettata, pericolosa e a tratti caotica, condizione ideale per attacchi indiscriminati da parte di gruppi terroristi jihadisti.

Al tempo stesso è importante sottolineare che il crollo del governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti e la fuga dell’ex presidente Ashraf Ghani non hanno consentito di raggiungere un accordo tra le parti per la creazione di un governo di transizione, opzione mai realmente presa in considerazione dai Talebani.

Oltre a lasciare diversi punti interrogativi sulla situazione interna dell’Afghanistan, interessato da una grave crisi economica con un potenziale proliferare della minaccia terroristica, la conclusione della missione degli Stati Uniti è avvenuta a vent’anni esatti dall’11 settembre 2001 e potrebbe in qualche modo segnare una cesura storica. Benché i segnali fossero già evidenti, la cosiddetta “guerra al terrore” iniziata dopo gli attacchi di al Qaeda nel 2001, assumerà dal 2021 una diversa connotazione. Il terrorismo, in questo caso di matrice jihadista, rappresenterà ancora una minaccia considerevole per la sicurezza a livello globale, ma il fattore predominante che influenzerà la politica internazionale dei prossimi anni e le decisioni dei vari attori in diversi contesti geografici sarà il confronto tra Stati Uniti e Cina, con i primi che cercheranno, assieme agli alleati in Europa e in Asia, di limitare Pechino, il cui potere è cresciuto considerevolmente negli ultimi vent’anni e che giocherà verosimilmente un ruolo di primo piano nell’Afghanistan talebano.

La minaccia terroristica

Al Qaeda

Con la presa del potere da parte dei Talebani in Afghanistan, alcune delle conquiste chiave ottenute negli ultimi due decenni sono ora a rischio, in particolare nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’alfabetizzazione, dell’istruzione femminile e dei diritti umani. Tuttavia, anche i risultati ottenuti contro la minaccia jihadista potrebbero essere messi discussione. Benché il Presidente Joe Biden e altri esponenti del governo statunitense abbiano affermato che l’obiettivo originario della “guerra al terrore” – la distruzione di al Qaeda – è stato raggiunto, a Kabul sono tornati al potere i Talebani, i quali mantengono stretti legami con la stessa al Qaeda, come evidenziato dal XII rapporto dell’Analytical Support and Sanctions Monitoring Team delle Nazioni Unite, pubblicato il 1° giugno 2021. Una componente significativa della leadership del gruppo terrorista si trova in Afghanistan e nella regione al confine con il Pakistan, ove è presente anche un’organizzazione affiliata, al Qaeda nel Subcontinente Indiano (al Qaeda in the Indian Subcontinent – AQIS), mentre un considerevole numero di combattenti e altri estremisti stranieri alleati dei Talebani si trovano in varie zone del Paese. L’organismo alleato dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan deputato a trattare con al Qaeda è la rete Haqqani, i cui esponenti erano presenti a Kabul nella fase di conquista della capitale. Il vice-comandante dei Talebani è infatti Sirajuddin Haqqani, leader della rete Haqqani, il quale è ricercato dall’FBI ed stato nominato ministro degli Interni nell’attuale governo ad interim presieduto da Mohammad Hassan Akhund, inserito in una lista di sanzioni per terrorismo dalle Nazioni Unite. Diversi ex detenuti a Guantanámo fanno parte del nuovo esecutivo, così come numerosi membri della rete Haqqani, come Mullah Taj Mir Jawad, nominato vice-capo dell’intelligence e negli ultimi anni figura chiave di al Qaeda a Kabul. I legami tra i gruppi rimangono stretti e basati sull’allineamento ideologico, su relazioni forgiate attraverso la comune lotta contro il governo afghano e le truppe straniere, oltre che su matrimoni misti.

Per quanto concerne le reazioni dei gruppi jihadisti ai recenti eventi, al Qaeda ha elogiato la riconquista talebana. Tra le varie sigle che hanno accolto favorevolmente la presa del potere a Kabul vi è Hayat Tahrir al-Sharm (HTS), basata in Siria, i cui leader, Abu Mariya al-Qahtani e Muzhir al-Ways, si sono congratulati con i Talebani, indicando che la loro impresa ha rappresentato una “vittoria per tutti i musulmani”.

Sostenitori di al Qaeda hanno celebrato l’evento a vent’anni dagli attacchi dell’11 settembre 2001, sottolineando la “liberazione dell’Afghanistan”; vari video elogiativi sono stati condivisi sui canali social e Telegram, nei quali sono visibili sostenitori di al Qaeda che festeggiavano in Mali, nella Striscia di Gaza e nello Yemen. Il 18 agosto al Qaeda nella Penisola Arabica (al Qaeda in the Arabian Peninsula – AQAP) ha rilasciato una dichiarazione tramite Rocket.Chat, congratulandosi con i Talebani, proclamando una nuova era di governo islamico in Afghanistan e criticando la democrazia, definita come “un miraggio”. Comunicazioni simili sono state pubblicate da altri affiliati regionali, tra cui AQIS, via Telegram, e al Qaeda nel Mahgreb Islamico (al Qaeda in the Islamic Maghreb – AQIM) assieme a Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), via Rocket.Chat.

 

Figura 1 – Il messaggio di congratulazioni ai Talebani pubblicato da al Qaeda. Fonte: Telegram.
Figura 2 – Il comunicato di HTS che celebra la vittoria dei Talebani. Fonte: Telegram.
Figura 3 – Comunicato dell’AQAP. Fonte: Telegram.

La necessità di porre termine all’impegno militare in Afghanistan ha comportato dalla prospettiva statunitense che i Talebani divenissero un interlocutore imprescindibile. Alcuni esponenti del Pentagono hanno dichiarato la possibilità di una prosecuzione della collaborazione informale tra Talebani e Stati Uniti, per quanto concerne nello specifico il contenimento di determinate organizzazioni terroristiche, come la provincia affiliata dello Stato Islamico (Islamic State – IS) – l’Islamic State Province in Khorasan (ISKP). Tuttavia, appare difficile l’effettivo concretizzarsi di tale eventualità, visto che una simile collaborazione, seppure informale, può creare ripercussioni negative sul fronte interno afghano. Considerato, infatti, l’anti-americanismo della maggior parte dei Talebani, una simile prospettiva sarebbe giudicata negativamente da molti esponenti radicali del gruppo. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan ha rafforzato il controllo su al Qaeda, raccogliendo informazioni sui combattenti provenienti dall’estero e limitandone l’operatività, in particolare durante la fase dei colloqui di Doha. Malgrado ciò, numerosi esponenti di al Qaeda, tra i quali diversi ex detenuti di Guantanámo, sono stati rilasciati dalle carceri afghane durante le fasi concitate di conquista delle città e i legami con l’organizzazione si mantengono solidi. Benché al Qaeda non rappresenti una minaccia a livello internazionale come negli anni passati, l’impegno dei Talebani volto a favorire un effettivo contenimento dell’organizzazione appare poco credibile, considerata la scelta d’includere numerosi esponenti della rete Haqqani all’interno del governo ad interim.

Figura 4 – Comunicato dell'AQIS. Fonte: Telegram.
Figura 5 – Dichiarazione del The Global Islamic Media Front (GIMF), gruppo mediatico affiliato ad al Qaeda. Fonte: Telegram.
Figura 6 – Messaggio congiunto di congratulazioni di JNIM e AQIM. Fonte: Telegram.

Stato Islamico – ISKP

Tra i gruppi jihadisti, di diverso tenore è stata la reazione alla vittoria dei Talebani dello Stato Islamico (Islamic State – IS). Il giornale settimanale online, al-Naba, ha commentato la presa di potere dei Talebani, sostenendo che non si è trattata di una vittoria dei Talebani o dell’Islam, in quanto il gruppo afghano avrebbe ricevuto il potere direttamente dagli Stati Uniti dopo l’accordo di pace siglato in Qatar. La vittoria dei Talebani è dunque una “vittoria per la pace, non per l’Islam, per i negoziati, non per il jihad”; l’organizzazione pashtun sarebbe stata viceversa utilizzata in maniera strumentale dagli Stati Uniti per ingannare i musulmani e contrastare l’avanzata dell’ISKP in Afghanistan.

Figura 7 – Editoriale dell'IS sulla vittoria dei Talebani pubblicato su al-Naba e tradotto in inglese. Fonte: Telegram.

L’IS ha annunciato l’avvio di una nuova fase del jihad, prospettiva che fa probabilmente riferimento a un rafforzamento dell’ISKP dopo le sconfitte subite in Iraq e Siria nel 2019. L’organizzazione ha infatti concentrato maggiormente l’attenzione sui gruppi affiliati regionali, in particolare quelli dell’Africa sub-sahariana, ove ha approfittato di situazioni insurrezionali e generalizzato malcontento popolare. Considerati il contesto afghano e le probabili difficoltà dell’Emirato Islamico nello strutturare il nuovo stato, appare altamente credibile che l’IS intenda rafforzare l’attivismo di Khorasan, destinando maggiori risorse operative. L’attentato del 26 agosto 2021 nei pressi dell’Aeroporto di Kabul durante le caotiche fasi di evacuazione (182 vittime e oltre 150 feriti) dimostra la crescente minaccia posta dai militanti dell’ISKP. In aggiunta, Khorasan ha rivendicato il 30 agosto 2021, attraverso la propria agenzia, Nashir News Agency, via Telegram, il lancio di cinque razzi Katiuscia contro l’Aeroporto internazionale, provenienti da un veicolo civile modificato per l’occasione. Le autorità statunitensi hanno confermato l’attacco, affermando che tre razzi sono atterrati lontano dalla pista dell’Aeroporto, uno è stato intercettato da un sistema di difesa anti-missile C-RAM dell’esercito statunitense presso la struttura, e un altro è atterrato in una diversa area. Non sono state segnalate vittime o danni. Il gruppo ha pertanto tentato di condurre più attacchi possibili prima del completo ritiro statunitense del 31 agosto per ottenere slancio a livello propagandistico a causa della presenza di vittime occidentali e dell’effetto mediatico, considerata la significativa attenzione dei mezzi d’informazione internazionali sugli eventi afghani delle ultime settimane.

Figura 8 – La rivendicazione dell'ISKP dell'attentato del 26 agosto all'Aeroporto di Kabul. Fonte: Telegram.
Figura 9 – Infografica sull’attentato dell’ISKP diffuso da al Naba e tradotto in lingua inglese. Fonte: Telegram.

Dal 2015, anno di fondazione, l’ISKP, riferendosi a un’area che comprende Asia centrale e meridionale (Afghanistan, Bangladesh, India, Maldive, Pakistan, Sri Lanka e repubbliche centro-asiatiche), ha costruito la propria rete organizzativa partendo dalla provincia afghana orientale di Nangarhar, attirando giovani musulmani dal Medio Oriente e dall’Asia meridionale e centrale. La strategia iniziale è stata volta a sfruttare le divisioni all’interno dei principali gruppi jihadisti che operano nella regione, nominando l’ex comandante di Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), Hafiz Saeed Khan, come leader dell’organizzazione e l’ex comandante talebano afghano, Abdul Rauf Aliza, come suo vice (entrambi sono stati uccisi in operazioni statunitensi). L’ISKP ha attratto membri da diverse organizzazioni come Lashkar-e-Taiba (LeT), Jamaat-ud-Dawa (JuD), la rete Haqqani e l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) e l’Emirato Islamico non ha gradito questa sfida al suo monopolio sul jihad afghano. Le differenze sono sostanziali perché i Talebani rappresentano una forza militante tribale, pashtun e nazionalista, sostenuta dal Pakistan, mentre l’ISKP non crede nei confini nazionali e ha come obiettivo un califfato islamico globale. Per tale ragione il Khorasan è potenzialmente maggiormente attrattivo rispetto ai Talebani per migliaia di giovani musulmani estremisti in tutta l’Asia.

Figura 10 – Rivendicazione tradotta in inglese dal canale pro-IS Halummu. Fonte: Telegram.

Le differenze ideologiche e operative hanno portato a scontri aperti tra l’ISKP e i Talebani. Quando questi ultimi hanno conquistato Kabul e hanno preso il controllo delle carceri, hanno liberato come citato in precedenza diversi Talebani e membri di al Qaeda, ma hanno giustiziato Omar Khorasani, uno dei leader dell’ISKP, e altri affiliati del gruppo. Attualmente Shahab al-Muhajir guida l’organizzazione terroristica, dopo l’arresto di Khorasani e la morte di Abdullah Orokzai, un altro leader del gruppo, ucciso dalle forze di sicurezza afghane nell’agosto 2020. Secondo il XII rapporto dell’Analytical Support and Sanctions Monitoring Team delle Nazioni Unite, Shahab al-Muhajir manterrebbe legami con la rete Haqqani, il gruppo estremista che fa da tramite tra al Qaeda e i Talebani. Ciò evidenzia la complessità dei rapporti sul campo tra le sigle jihadiste afghane e l’esistenza di canali di dialogo tra fazioni e famiglie affiliate a gruppi in conflitto tra loro.

Tra l’ottobre 2015 e l’agosto 2021, la provincia di Kabul è stata teatro di 70 attacchi da parte dell’ISKP, l’80% dei quali ha comportato l’uso di esplosivi. L’evento maggiormente significativo, prima dell’episodio all’Aeroporto di Kabul del 26 agosto, si verificò il 17 agosto 2019, quando un attentatore suicida si fece esplodere in una sala nuziale di Kabul, Shahr-e-Dubai, durante un matrimonio sciita, uccidendo 92 persone e ferendone altre 180. Nel corso del 2021 sono stati registrati dieci attacchi dell’ISKP nella provincia di Kabul, indirizzati prevalentemente contro forze governative, attivisti, giornalisti e minoranza sciita. Questo ritmo operativo dimostra che, nonostante le pesanti sconfitte territoriali del gruppo nel 2019 a causa dell’avanzata talebana, l’ISKP possiede le risorse per condurre attacchi nella capitale afghana.

L’ISKP ha pubblicamente criticato i Talebani, sostenendo il loro carattere non islamico, e la modalità di gestione del potere da parte dell’Emirato Islamico potrebbe facilitare o meno la propaganda di Khorasan. A tal proposito, le prime dichiarazioni ufficiali dei Talebani sono state sostanzialmente ambigue, dal momento che sono apparse più volte posizioni apparentemente moderate e concilianti, molto probabilmente indirizzate a facilitare un riconoscimento internazionale. Dopo la conquista del potere, il comandante Waheedullah Hashimi ha dichiarato che il Paese non sarà guidato da alcun tipo di sistema democratico, con la sharia come unico punto di riferimento. Tuttavia, il portavoce Zabihullah Mujahid, nell’intento di rassicurare la Comunità Internazionale, ha annunciato che le donne avranno accesso a istruzione e lavoro, mentre i loro diritti saranno rispettati nel quadro della legge islamica. Secondo altri esponenti del gruppo il nuovo esecutivo (che succederà a quello attualmente ad interim) sarà inclusivo, posto che tutte le etnie e tribù saranno rappresentate (per il corrente governo provvisorio sono stati scelti solamente esponenti Talebani, esclusivamente uomini di etnia pashtun).

Un eventuale carattere inclusivo del governo rappresenta un ulteriore punto di frattura con l’ISKP. In aggiunta, il fatto che i Talebani abbiano a livello formale confermato il proprio impegno nei confronti degli accordi di Doha rafforzerà la narrativa dell’ISKP, che descrive l’Emirato Islamico dell’Afghanistan come “alleato” degli Stati Uniti. La scelta talebana d’includere diversi esponenti della rete Haqqani all’interno del governo ad interim va quindi interpretata come una risposta e una rassicurazione all’ala più estremista dei Talebani e indirizzata a limitare l’influenza dell’ISKP. Al momento, la necessità di consolidare il potere a livello interno e di fornire risposte alle componenti più radicali rappresenta una priorità rispetto alle aspettative degli attori internazionali.

Per quanto concerne l’ISKP appare dunque probabile che nel breve-medio periodo si verifichino altre operazioni di alto profilo da parte del gruppo per dimostrare l’incapacità governativa dei Talebani e che il ritiro delle truppe straniere è stato causato dalla campagna dei militanti dell’ISKP. Nonostante ciò, gli ultimi attacchi non dimostrano che il gruppo disponga delle capacità idonee a sostenere una generalizzata insurrezione anti-talebana e una campagna militare su vasta scala. È probabile che, in risposta alla recente operatività di ISKP, i Talebani cercheranno di rafforzare la sicurezza presso l’Aeroporto e altri siti chiave a Kabul e d’intensificare gli sforzi per mitigare qualsiasi piano dell’ISKP aspirante a ristabilire un punto d’appoggio territoriale nell’Afghanistan orientale o settentrionale, da dove iniziare una nuova campagna di violenza.

Sebbene dunque l’ISKP non abbia i numeri e le capacità per sfidare direttamente i Talebani per il controllo del territorio, esso appare ben posizionato per proseguire una campagna asimmetrica di alto profilo, almeno finché i Talebani non saranno in grado di lanciare un’efficace azione per sradicarne la presenza nel Paese. La mancanza di esperienza tra i Talebani nella conduzione di operazioni di sicurezza e di anti-terrorismo potrebbero per qualche tempo offrire all’ISKP un’opportunità per attacchi a Kabul e in altri centri urbani.

Il gruppo rafforzerà la campagna mediatica per celebrare i propri successi e denigrare i Talebani, descrivendoli come alleati delle potenze straniere. Il fatto che i Talebani abbiano permesso ai militari occidentali e al personale diplomatico, così come ad alcuni cittadini afghani e statunitensi di lasciare il Paese comporterà un aumento dello scontro con l’ISKP. Gli Stati Uniti potrebbero colpire i militanti dell’ISKP mediante attacchi con droni, ma ciò rappresenterebbe una seria sfida politica e militare per i Talebani, soprattutto a causa dei forti sentimenti anti-americani della maggioranza dei militanti. Un eventuale fallimento talebano nel contenere questi attacchi potrebbe approfondire le divisioni ideologiche all’interno del gruppo; in aggiunta, qualsiasi tacita alleanza con gli Stati Uniti potrebbe provocare sentimenti anti-americani, facendo sì che molti Talebani si uniscano effettivamente all’ISKP per continuare il jihad contro gli Stati Uniti e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Le prospettive di attacchi con vittime di massa continuano pertanto ad essere presenti, come ad esempio nei trafficati passaggi di frontiera con gli stati vicini. Maggiore sarà l’instabilità dell’Afghanistan talebano, maggiori saranno le opportunità per una crescita dell’ISKP, come avvenuto per l’IS in Siria e Iraq tra il 2013 e il 2014.

Gli equilibri geopolitici e la centralità dell’Indo-Pacifico per gli Stati Uniti

Nonostante il generale statunitense Mark Milley paventi il rischio dell’avvio di una guerra civile, i Talebani potrebbero affrontare nel breve periodo oltre all’ISKP poche altre minacce alla sicurezza e al proprio dominio. Il gruppo ha condotto abilmente le offensive nell’Afghanistan settentrionale, area che ospitava tradizionalmente i movimenti anti-Talebani, per cercare dall’inizio di bloccare un’ipotetica resistenza. L’intera architettura dello stato pre-talebano – il sistema politico e le forze militari – risulta completamente assente. L’unica vera minaccia alla sicurezza interna è posta dalla resistenza nel Panjshir, che non dispone però delle capacità militari dell’allora Alleanza del Nord, la quale nella seconda metà degli anni Novanta si avvaleva dell’appoggio esterno degli Stati Uniti e di diversi Paesi della regione (Iran, India, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan). L’attuale resistenza è troppo debole per attirare un sostegno di attori esterni e i Paesi della regione hanno riconosciuto i Talebani, non ufficialmente, come gli unici interlocutori.  

L’Emirato Islamico dell’Afghanistan non dovrebbe rappresentare una minaccia militare diretta per i Paesi della regione. Un numero sostanziale di armi dell’esercito afghano è a disposizione dei Talebani, ma non è chiaro quanti mezzi possano essere resi operativi (per esempio molti dei velivoli avranno bisogno di manutenzione specializzata e i pezzi di ricambio non saranno facilmente reperibili per i Talebani). Gli armamenti più semplici da mantenere, come i veicoli corazzati leggeri, potranno invece essere facilmente utilizzati. Nel complesso sembra però improbabile che le armi sottratte dai Talebani costituiscano una seria minaccia alla stabilità dei Paesi limitrofi. Il rischio maggiore è comunque legato al gran numero di armi leggere e relative munizioni. La preoccupazione condivisa dai vari attori dell’area è che l’instabilità interna possa favorire il loro utilizzo da parte dei gruppi terroristi, capaci di operare a livello regionale, in particolare in Pakistan, India, Iran, Asia centrale, Cina e Russia.  

Tuttavia, per consolidare il potere e guadagnare legittimità internazionale, il gruppo dovrà affrontare la crisi economica preesistente, che rappresenta una minaccia esistenziale per il regime. Essa è peggiorata con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, la precaria situazione della popolazione e la chiusura delle banche. Inoltre, gli Stati Uniti hanno congelato circa 7 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale afghana detenute nelle istituzioni statunitensi, che rappresentano la maggior parte dei 9,5 miliardi di dollari di riserve afghane. Washington potrebbe utilizzare tale leva per garantire che tutti i suoi cittadini ancora rimasti nel Paese possano lasciare liberamente il territorio afghano in sicurezza. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha bloccato l’accesso all’Afghanistan a 460 milioni di dollari in riserve di emergenza, mentre la Banca Mondiale ha interrotto i finanziamenti.

Il rischio principale per un governo guidato dai Talebani è che la difficile situazione economica e il terrorismo possano alimentare ulteriormente il malcontento dell’opinione pubblica, con l’organizzazione di manifestazioni di protesta e di movimenti di opposizione che potrebbero comportare nuove violenze, fino al limite estremo di una guerra civile.

L’Afghanistan necessita pertanto di assistenza internazionale a causa della grave situazione socio-economica, foriera di ulteriore instabilità. I Talebani auspicano pertanto che alcuni attori internazionali, come Cina, Russia, Pakistan, alcuni stati del Golfo (Qatar) e dell’Asia centrale (Uzbekistan), riconoscano il nuovo governo rapidamente poiché ciò potrebbe favorire la ricezione di alcuni pacchetti di aiuti in grado di alleviare la crisi economica. A livello ufficiale tutti i Paesi della regione hanno dichiarato che prenderanno del tempo e non ci saranno riconoscimenti nel breve periodo, ma considerato che Pakistan, Cina, Russia e Iran hanno mantenuto le ambasciate in Afghanistan, tali stati potrebbero formalizzare i rapporti in poco tempo, soprattutto se avranno rassicurazioni sul fronte del contrasto al terrorismo.

Figura 11 – Il primo ministro del governo ad interim, Mohammad Hassan Akhund. Fonte: The Hindu.

Appare dunque probabile che i Talebani prediligano l’attivazione di canali diplomatici con Islamabad, Pechino e Mosca, piuttosto che con gli Stati Uniti, anche per evitare potenziali spaccature all’interno del gruppo, la cui maggioranza è anti-americana. Il blocco delle riserve afghane è comunque un problema di rilievo e una forma di collaborazione informale con Washington appare necessaria.

Per decenni, l’Afghanistan è stato un Paese dipendente, oltre che dei traffici illeciti, anche degli aiuti esteri attualmente bloccati, visto che i donatori internazionali fornivano il 75% del budget operativo del governo. I Talebani hanno urgente bisogno di entrate per sostenere l’economia e in assenza di assistenza internazionale potrebbero intensificare i traffici illegali, soprattutto quelli riguardanti i narcotici. La produzione di oppio, in base ai dati dell’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e del crimine), è stata in costante aumento negli ultimi anni e rappresenta una fonte fondamentale per il sistema socio-economico del Paese, posto che migliaia di Afghani traggono sostentamento dalla produzione di suoi derivati (i traffici di oppio rappresentano spesso l’unica fonte di reddito nelle zone rurali). Pertanto, malgrado l’opposizione ai traffici di droga per motivi religiosi, è improbabile che i Talebani riescano a limitare una realtà così radicata nel Paese, soprattutto in una fase di crisi economica. Gli islamisti possono ottenere risorse tramite le tasse e i dazi, partendo dai coltivatori di oppio e dai laboratori adibiti alla conversione in eroina fino ad arrivare ai commercianti che contrabbandano le droghe illecite. L’attuale situazione dell’Afghanistan può dunque favorire i traffici di oppio, nonché le esportazioni di altre sostanze, come efedrina, una pianta da cui si ricava un ingrediente per la metanfetamina, e cannabis.  

A tale quadro va aggiunto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) hanno chiesto l’istituzione immediata di un ponte aereo umanitario per inviare urgenti rifornimenti. L’UNICEF ha dichiarato che 1 milione di bambini afghani soffrirà di malnutrizione senza un aiuto umanitario immediato e metà della popolazione – circa 18 milioni di persone, tra cui 10 milioni di bambini – ha bisogno di assistenza. Più di 1 afghano su 3 – circa 14 milioni di persone – soffre di fame, mentre 2 milioni di bambini sono malnutriti e hanno urgente bisogno di cure. Gli sfollati interni sono più di 3,5 milioni – su una popolazione di 38 milioni. Inoltre, più del 40% dei raccolti del Paese sono stati persi a causa della siccità (la coltivazione del papavero da oppio richiede viceversa poca acqua e potrebbe pertanto essere ulteriormente favorita).

Stati Uniti, Europa e alleati

Una prima considerazione sugli sviluppi internazionali deve esaminare i motivi per cui gli Stati Uniti e gli alleati abbiano lasciato l’Afghanistan dopo vent’anni. Il Paese asiatico non rappresenta per Washington un territorio di rilievo strategico nell’attuale momento storico, che presenta come elemento centrale di politica internazionale il confronto con la Cina. È vero che il territorio afghano è situato nelle vicinanze del confine occidentale cinese e che il mantenimento di un contingente militare statunitense nel Paese avrebbe potuto rappresentare una forma di contenimento di Pechino. Il confine sino-afghano è però situato in un’area geografica inospitale e non è particolarmente esteso e rilevante, mentre la situazione del Paese non garantiva la presenza di un governo affidabile e garante degli interessi di Washington. Viceversa, esso avrebbe avuto bisogno di una costante presenza di truppe occidentali per una definitiva sconfitta dei Talebani, un’ipotesi di difficile realizzazione per le potenziali perdite tra i soldati e i costi dell’operazione.

La presenza di forze armate statunitensi nel Paese era diventata ormai insostenibile per motivi interni, politico-elettorali ed economici. L’Afghanistan è geograficamente lontano, non prioritario per il pensiero geopolitico statunitense ed è quindi emerso negli ultimi anni un consenso bipartisan sulla necessità di lasciare il Paese. Tuttavia, il contenimento del terrorismo jihadista continuerà a rappresentare un tema fondamentale per gli Stati Uniti, i quali però privilegeranno un maggiore attivismo di Paesi alleati, come il Qatar e la Turchia.

Doha è stata la sede dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Talebani e nella stessa città, oltre alla rappresentanza diplomatica statunitense per gli affari afghani, è presente un quartier generale avanzato del Comando Centrale degli Stati Uniti, che sarà competente per le future operazioni in Afghanistan (l’attacco aereo in risposta all’attentato del 26 agosto rivendicato dall’ISKP sarebbe partito dal Paese arabo). Il Qatar, alleato di Washington, è già attivo per fornire assistenza tecnica ai Talebani, per esempio per quanto concerne l’Aeroporto di Kabul, e potrebbe essere uno dei primi Paesi a riconoscere il nuovo governo.

La Turchia ha già manifestato l’intenzione di adottare un ruolo politico e di sicurezza in Afghanistan. Il governo turco sarà probabilmente impegnato a svolgere un ruolo di stabilizzazione nel Paese, principalmente attraverso canali non militari, anche per promuovere la sua posizione internazionale come potenza regionale influente al di là degli impegni con l’Alleanza atlantica. Ankara intende coordinare i propri sforzi in Afghanistan, oltre che con gli alleati della NATO, anche con Qatar e Pakistan. Gli attuali obiettivi della Turchia per la stabilizzazione dell’Afghanistan appaiono allineati a quelli degli Stati Uniti e della NATO, i quali potrebbero mantenere un accesso internazionale tramite la mediazione turca. Un ulteriore motivo per cui Ankara è interessata a favorire la stabilità in Afghanistan riguarda il contenimento delle possibili migrazioni di massa dirette verso il proprio territorio.

Un ulteriore aspetto da considerare nel contesto internazionale riguarda le modalità in cui il ritiro statunitense è avvenuto nelle ultime settimane, dal momento che potrebbe comportare delle ripercussioni negative per l’immagine di Washington. Nonostante il ritiro fosse stato annunciato da tempo, gli eventi dell’Aeroporto di Kabul hanno avuto un significativo impatto a livello mediatico e a tal proposito è possibile fare riferimento alla questione di Taiwan, in una fase in cui è in costante aumento la pressione da parte della Cina, che potrebbe strumentalizzare la questione afghana per fini propagandistici.

Figura 12 – Tweet di Hu Xijin, caporedattore di Global Times, tabloid del quotidiano pubblicato dal Partito Comunista Cinese. Fonte: Twitter, profilo di Hu Xijin, 16 agosto 2021.

Nelle ultime settimane i mezzi d’informazione statali cinesi hanno commentato gli eventi afghani collegandoli al futuro dell’isola, presentando gli Stati Uniti come una potenza debole e inaffidabile ed evidenziando che Washington non difenderebbe Taipei nel caso d’invasione cinese. Nonostante il parallelo tra le due questioni sia improprio (la difesa di Taiwan dispone di uno storico sostegno bipartisan e a livello di sondaggi interni riscuote consensi, a differenza della presenza militare statunitense in Afghanistan), la Cina potrebbe sfruttare questa sconfitta tattica degli Stati Uniti, puntando sulla percezione di una mancanza di credibilità internazionale di Washington.

La questione del ritiro dall’Afghanistan potrebbe, inoltre, alimentare preoccupazioni in altri Paesi alleati di Washington, come Australia, Giappone (le cui autorità hanno recentemente ammonito che Taiwan non deve seguire il destino di Hong Kong) e Corea del Sud. Tali Paesi osservano con apprensione una possibile inabilità da parte statunitense di pianificazione ed esecuzione di una realistica strategia nell’Indo-Pacifico.

I prossimi mesi saranno dunque caratterizzati da tentativi statunitensi indirizzati a consolidare il fronte dei Paesi occidentali e degli alleati asiatici, accomunati dalla volontà di contenere la Cina. Il programmato summit virtuale dei Leader delle Democrazie organizzato dalla Casa Bianca tra il 9 e il 10 dicembre 2021 va in questa direzione.

Figura 13 – Vignetta satirica pubblicata dal vignettista “Bantonglaoatang” sul social network cinese Sina Weibo dopo il G7 del giugno 2021 in Cornovaglia. Durante il summit sono state rivolte numerose critiche nei confronti della Cina. Fonte: Twitter, profilo di Hu Xijin, 14 giugno 2021.

Per quanto riguarda il rischio terroristico in Europa e negli Stati Uniti, nonostante la probabile riorganizzazione dell’ISKP e di al Qaeda, essi non hanno, al momento, una capacità di proiezione in contesti geograficamente lontani. Tuttavia, la propaganda dell’ISKP e in generale di altri organismi associati alla galassia jihadista potrebbe favorire la riattivazione di alcune cellule in Occidente o fornire l’ispirazione a singoli individui radicalizzati, che utilizzano prevalentemente le tattiche dei cosiddetti “lupi solitari”. Se i Talebani nel lungo periodo non dovessero essere in grado di limitare la proliferazione dei gruppi terroristi, anche in Occidente si assisterebbe a un significativo aumento del rischio.

Pakistan e India

Molto prima che le ultime truppe statunitensi cominciassero a lasciare l’Afghanistan, Islamabad, il cui apparato militare ha sostenuto i Talebani, stava lavorando per facilitare il ritorno del gruppo al governo di Kabul, principalmente attraverso accordi di condivisione del potere che avrebbero potuto ottenere il sostegno diplomatico ed economico internazionale. Il Pakistan, assieme al Qatar, è risultato fondamentale per la riuscita dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Talebani.

La rapida vittoria militare dell’Emirato Islamico rappresenta un’opportunità per il Pakistan al fine di ravvivare i rapporti commerciali afghano-pakistani, ma è anche fonte di potenziali rischi. Islamabad ha come obiettivo che i Talebani formino un governo inclusivo, accettabile soprattutto per l’Occidente per evitare che Kabul subisca sanzioni internazionali, ma nel frattempo preoccupano la crisi economica, l’afflusso di rifugiati e la potenziale instabilità al confine. In aggiunta, è presente nel Paese un rischio associato al terrorismo, a causa della presenza di una provincia dell’IS (Wilayat Pakistan), che potrebbe intensificare le proprie operazioni. Il TTP, alleato di alcune fazioni dei Talebani, ha già incrementato i suoi attacchi nel corso del 2021, prevalentemente nelle province di Khyber Pakhtunkhwa e Belucistan, e diversi esponenti del gruppo detenuti in carceri afghane sono stati liberati dai Talebani. Il rischio che l’instabilità afghana possa estendersi alle province di confine pakistane è dunque concreto.

Figura 14 – Messaggio di congratulazioni del TTP per il successo dei Talebani. Fonte: Telegram.

Altri gruppi che possono essere galvanizzati dal successo talebano sono Jaish-e-Mohammed (JeM) e LeT, attivi nel Kashmir controllato dall’India. Delhi teme che l’Afghanistan si trasformi in un’area ove siano organizzati attacchi contro il proprio territorio, considerato che l’ultima significativa operazione del JeM (attentato suicida contro un convoglio militare indiano a Pulwama – Kashmir nel 2019) sarebbe stato pianificato nella provincia afghana di Helmand.

Il Pakistan osserva storicamente l’Afghanistan come un territorio strategico da utilizzare in funzione anti-indiana, fondamentale area ad occidente che deve essere alleata in caso d’invasione militare indiana proveniente da Est. I recenti sviluppi afghani sono dunque favorevoli al Pakistan per quanto concerne la decennale contesa tra i due Paesi dell’Asia meridionale. Delhi aveva infatti avviato numerosi investimenti in Afghanistan dal 2002 (circa 3 miliardi di dollari), mentre l’attuale situazione appare estremamente sfavorevole per l’India, come evidenziato dalle parole di Suhail Shaheen, portavoce dei Talebani, il quale ha già dichiarato che l’Emirato Islamico intende sostenere i musulmani nel mondo, citando in particolare quelli che abitano il Kashmir controllato da Delhi. Appare dunque possibile un nuovo incremento della tensione indo-pakistana, che dovrebbe comunque limitarsi, a causa del deterrente nucleare e delle pressioni delle potenze esterne (Stati Uniti e Cina), a scontri lungo il confine e a reciproche accuse di organizzare attacchi terroristici sui rispettivi territori (Islamabad accusa, infatti, l’India di sostenere le aspirazioni indipendentiste anti-pakistane in Belucistan). Tuttavia, in India la convenienza politica del momento imporrà al governo di seguire una doppia strategia: pubblicamente criticherà apertamente i Talebani, ma è verosimile che perlomeno a livello informale tenti di stabilire con essi un canale di comunicazione (tramite Iran e Russia). L’India in ogni caso attenderà il riconoscimento dei Paesi occidentali prima di muoversi ufficialmente verso l’Afghanistan talebano.

 Cina

Pechino osserva il ritiro degli Stati Uniti e della NATO sia come un’opportunità sia come una minaccia. Da un lato, la Cina ha sempre valutato negativamente la presenza di basi militari statunitensi vicine al suo confine e il ritiro offre la possibilità di esercitare la propria influenza più liberamente in Asia centrale. Il territorio afghano rappresenta potenzialmente un fondamentale snodo per i progetti infrastrutturali legati alla Belt and Road Initiative (BRI) e i Talebani hanno già avviato contatti informali con le autorità cinesi, dichiarando pubblicamente che faranno affidamento su Pechino per il futuro dell’economia afghana. Come gli Stati Uniti avevano legittimato i Talebani con gli accordi del febbraio 2020, anche la Cina, poche settimane prima della caduta di Kabul, ha riconosciuto il gruppo islamista come il nuovo interlocutore per l’Afghanistan, dopo l’incontro del luglio 2021 tra il ministro degli Esteri Wang Yi e l’attuale vice primo ministro, Mullah Abdul Ghani Baradar.

D’altro canto, la Cina è preoccupata non solo per l’insicurezza regionale, ma anche per l’aumento delle pressioni che potrebbe affrontare nel breve periodo nell’Indo-Pacifico, poiché gli Stati Uniti non saranno più impegnati in Afghanistan e potranno concentrarsi maggiormente sulle aree a Sud e ad Est della Cina.

Per quanto riguarda un governo guidato dai Talebani, Pechino ha costantemente sottolineato due questioni. In primo luogo, ritiene che la stabilità interna afghana possa essere garantita attraverso un accordo politico in cui i Talebani condividano il potere con tutte le fazioni e i gruppi etnici del Paese, malgrado una prima apertura verso il governo afghano ad interim. In secondo luogo, ha invitato i Talebani a interrompere i legami con il Turkistan Islamic Party (TIP), un gruppo militante anti-cinese che ha come obiettivo l’indipendenza degli uiguri del Turkestan orientale (corrispondente alla Regione autonoma uigura dello Xinjiang). Secondo l’ONU, il TIP è composto da diverse centinaia di membri e rimane attivo nelle province afghane di Badakhshan, Faryab, Kabul e Nuristan. Il gruppo è alleato di al Qaeda e i suoi leader, Abdul Haq e Hajji Furqan, nonché il suo quartier generale, si trovano nella gola di Hustak, distretto di Jurm, provincia di Badakhshan. Abdul Haq si sposterebbe spesso tra le province di Helmand e Badakhshan.

I Talebani hanno rassicurato la Cina sul TIP, ma Pechino non appare ancora convinta che i nuovi leader dell’Afghanistan siano in grado di mantenere tale posizione nel medio periodo. Dopo la conquista di Kabul, diverse dichiarazioni ufficiali cinesi hanno incoraggiato il gruppo a perseguire “politiche interne ed estere moderate e prudenti”. Secondo Pechino, i Talebani devono sostanzialmente limitare le operazioni dei gruppi militanti anti-cinesi in cambio del riconoscimento politico e di un sostegno economico.

Tale scenario è complicato dal fatto che i Talebani sono divenuti troppo dominanti rispetto a quanto Pechino avesse previsto. Non vi è stato nessun accordo negoziale intra-afghano capace di coinvolgere le diverse componenti della società afghana, come auspicavano le autorità cinesi. Tuttavia, il Ministero degli Esteri cinese è stato ufficialmente accogliente nelle sue dichiarazioni, affermando che la Cina è pronta a collaborare con l’Afghanistan. La politica cinese dipenderà però dalle mosse dei Talebani, così come dai movimenti degli altri attori internazionali. Pechino estenderà probabilmente il riconoscimento al governo talebano, dopo o nello stesso momento in cui lo farà il Pakistan, ma prima di qualsiasi Paese occidentale. La Cina potrebbe spingere per un allentamento delle sanzioni sui Talebani, uno strumento politico che generalmente non sostiene, visto che la loro revoca potrebbe essere utile, dal punto di vista cinese, per la stabilità interna afghana.

Pechino è interessata agli sviluppi interni e alle possibilità d’investimento, che non dovranno avere come precondizione il rispetto dei diritti umani, delle minoranze o delle donne. La Cina continuerà nella propria politica di non interferenza negli affari interni dei Paesi vicini (come evidenziato dal sostegno al regime militare in Myanmar) per facilitare lo sviluppo di quella rete infrastrutturale in grado di sostenere la propria proiezione esterna e la stabilità regionale. Tuttavia, prima di proseguire in tale direzione, Pechino cercherà garanzie sull’effettiva stabilità dell’Afghanistan per evitare rischi e minacce alla propria sicurezza. La situazione in Belucistan (Pakistan) e gli attacchi a lavoratori e funzionari cinesi impegnati nello sviluppo della China Pakistan Economic Corridor, nonché i ritardi nell’effettivo avanzamento dei lavori evidenziano come la Cina possa subire delle ripercussioni negative.

Nel breve-medio periodo Pechino cercherà rassicurazioni da parte afghana, nonché dall’alleato pakistano, prima di procedere con l’attivazione di una cooperazione strategica. Sebbene sia nell’interesse della Cina una completa stabilità dell’Afghanistan, considerata la vicinanza al proprio territorio, è improbabile che Pechino intervenga nel breve periodo con grandi accordi infrastrutturali e investimenti. Inizialmente la Cina potrebbe essere pronta a sostenere un governo talebano in grave crisi economica, fornendo una prima, modesta iniezione di aiuti.

Figura 15 – Afghanistan, Xinjiang e il CPEC. Fonte: Financial Times.

Se la situazione in Afghanistan dovesse precipitare e la Cina percepisse di non poter contare solamente sul governo talebano o sul Pakistan per garantire la sicurezza dei propri progetti e cittadini nella regione, Pechino potrebbe considerare lo sviluppo di relazioni con le fazioni armate sul terreno in grado di sostenere i suoi interessi. In Myanmar la Cina ha mantenuto e sviluppato legami con un gruppo di opposizione armata per proteggersi dal governo che ufficialmente sosteneva, ma che non garantiva una completa sicurezza per gli interessi cinesi. La relazione che Pechino ha costruito con gli stessi Talebani prima della loro ascesa e nonostante il sostegno ufficiale al governo alleato degli Stati Uniti segue il medesimo schema.

Outlook

Considerati la situazione interna afghana e il contesto internazionale, i trend di breve-medio periodo in sintesi saranno i seguenti.

 

  • Procederanno i tentativi da parte dei Talebani di consolidare il proprio potere con la probabile inclusione di nuovi esponenti in un esecutivo rivisto, dopo la formazione di quello ad interim, eccessivamente radicale e che esclude i componenti non pashtun del gruppo. I Talebani cercheranno di coinvolgere alcune figure chiave della passata amministrazione, come Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, che potrebbero svolgere un ruolo chiave nelle trattative, senza però far parte dell’esecutivo. Risulterà complesso per i Talebani garantire un equilibrio tra la necessità di soddisfare le fazioni più radicali (come la rete Haqqani, in grado di limitare ISKP) e fornire adeguate risposte alla Comunità Internazionale, fondamentale per il sostegno dell’economia.
  • Il rischio principale per il potere dei Talebani è appunto legato alla crisi economica. Qualora non dovessero esserci sviluppi concreti relativi al sostegno della Comunità Internazionale, ma soprattutto nel caso in cui i Talebani non riuscissero a rispondere efficacemente alle rimostranze della popolazione, potrebbero verificarsi proteste con un aumento dei livelli di violenza. Nell’eventualità peggiore, vi è il rischio di scontri generalizzati tra diverse fazioni con l’avvio di una guerra civile. In tale circostanza, molto dipenderà dal sostegno che i gruppi etnici rivali dei Talebani riceveranno dall’estero.
  • L’ISKP tenterà di organizzare nuovi attacchi contro i Talebani, ma il rischio che possa favorire un’insurrezione generalizzata è contenuto. Tuttavia, qualora l’Emirato Islamico dell’Afghanistan fosse percepito come “collaboratore” degli Stati Uniti (o di altre potenze straniere) e nel caso in cui non adotti per la società afghana una prospettiva fondamentalista, diversi militanti potrebbero aderire all’ISKP (per tale ragione i Talebani non hanno scelto un governo ad interim inclusivo).
  • A livello internazionale il riconoscimento del nuovo governo afghano sarà calibrato dai vari attori in base agli eventi delle prossime settimane, alle mosse dei Talebani e all’effettiva stabilizzazione del Paese. Gli stati occidentali stabiliranno canali informali, ma riconosceranno il governo dopo molto tempo. Un ruolo preponderante sarà assunto da Qatar, Turchia, Pakistan, Cina e Russia.
  • Per gli Stati Uniti e la NATO l’Afghanistan non rappresenterà più un territorio prioritario (a differenza dell’Indo-Pacifico per il contenimento della Cina), ma rimarrà importante sul fronte del contrasto al terrorismo, ove si assisterà s un rafforzamento del ruolo di attori terzi alleati o membri della stessa NATO (Qatar e Turchia).
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