La proposta di pace saudita in Yemen e le sue reali prospettive

A fine marzo 2021, l’Arabia Saudita ha offerto una tregua alle milizie sciite Houthi, proponendo, in cambio della sospensione delle ostilità, la riapertura dello spazio aereo di Sana’a, la capitale controllata dai ribelli sciiti, nell’intento di riavviare il dialogo politico tra il governo yemenita, guidato da Abd Rabbuh Mansur Hadi (e sostenuto dai sauditi) e gli Houthi. La proposta saudita per un cessate il fuoco, che seguiva iniziative analoghe patrocinate da Stati Uniti e Nazioni Unite, includeva anche la rimozione delle restrizioni da e per il porto di Hodeida, scalo di vitale importanza per i rifornimenti Houthi. L’ipotesi di una tregua è stata respinta prontamente dal gruppo sciita yemenita, il quale ha sottolineato che la fine dell’embargo e la riapertura totale dello spazio aereo e marittimo costituiscono prerequisiti essenziali per avviare qualsiasi processo di pace.

Figura 1. Truppe Houthi. Fonte: Al-Arabiya news

Sono stati almeno tre i fattori che hanno spinto i sauditi ad avanzare tale proposta e questi stessi elementi incideranno, in diverso modo, sulle possibilità concrete di raggiungere un accordo che stabilizzi lo Yemen e il resto della regione.

Il primo fattore è rappresentato dal cambio di strategia USA nel teatro yemenita, oltre che nei rapporti con il principe ereditario Mohammed Bin Salman (noto come MBS). Nelle settimane immediatamente successive al suo insediamento, infatti, Biden ha ritirato l’appoggio degli USA alla guerra saudita contro i ribelli Houthi in Yemen, interrompendo sia la trasmissione dei dati usati dalla coalizione per individuare gli obiettivi dei bombardamenti sia la vendita ai sauditi di alcune tipologie di armamenti. Tale annuncio si è posto in forte rottura con la linea politica seguita, non solo dalla precedente presidenza Trump, ma anche dalla stessa amministrazione Obama, di cui Biden era stato vicepresidente. La seconda decisione della nuova amministrazione è stata la nomina di un inviato speciale USA in Yemen (scelta ricaduta sul diplomatico Timothy Lenderking), con il compito di favorire il raggiungimento di un accordo di pace; tale decisione ha evidenziato proprio l’impegno politico della nuova amministrazione nel processo di ricomposizione del conflitto yemenita.

Figura 2. Timothy Lenderking. Fonte: U.S. Department of State

Il terzo provvedimento di rilievo è stato, infine, la rimozione degli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato USA. Inseriti l’11 gennaio 2021 dall’amministrazione uscente Trump, la scelta della nuova presidenza di rivedere in tempi estremamente brevi la decisione precedente ha sottolineato, da un lato, il diverso approccio strategico rispetto a quello, definito della “massima pressione”, adottato dalla precedente amministrazione USA nei confronti dell’Iran e delle dinamiche regionali correlate alla politica di Teheran; dall’altro, ha contestualmente evidenziato una rinnovata attenzione della potenza globale alle crisi umanitarie e alla tutela delle popolazioni civili.

Con ulteriore riferimento al cambio di strategia nei rapporti con l’alleato saudita, principale attore straniero impegnato nel conflitto yemenita, si segnala anche la decisione di fine febbraio 2021 con cui l’amministrazione Biden ha promosso la pubblicazione di un rapporto della CIA, già redatto in epoca Trump ma rimasto classificato, nel quale sono state evidenziate le responsabilità di MBS nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto a Istanbul nel 2018. Tale atto di accusa pubblica più che inteso a creare una incrinatura nei rapporti tra Washington e Riad (d’altro canto la stessa pubblicazione del report è stata bilanciata dalla mancata attivazione ai danni del principe ereditario MBS delle sanzioni previste nel cosiddetto “Khashoggi Ban”) è apparso inteso a lanciare un messaggio a Riad, e in particolare a MBS, affinché si procedesse con una linea politica più attenta ai nuovi desiderata di Washington. Per quanto attiene al quadrante yemenita, questi desiderata si declinano appunto nella scelta di favorire una de-escalation del conflitto; in questo senso, dunque, la decisione di proporre la tregua di marzo comunica a Washington la disponibilità di Riad al dialogo con gli Houthi e potrebbe, pertanto, evidenziare l’accettazione da parte dell’Arabia Saudita delle richiesta degli USA di attenersi maggiormente alla nuova linea politica statunitense per la regione. 

Figura 3. Rapporto della CIA declassificato sul caso Kashoggi. Fonte: CNN

Un secondo fattore che può aver determinato la scelta di Riad di proporre una tregua potrebbe essere legato al rinnovato aumento degli attacchi Houthi condotti con droni e missili contro il territorio saudita. Dopo alcuni mesi di tregua unilaterale dichiarata dai ribelli sciiti yemeniti, in seguito agli attacchi di settembre 2019 contro i siti petroliferi di Abqaiq e Khurais, il lancio di droni e missili da parte del gruppo in territorio saudita è progressivamente ripreso in maniera sporadica fino a giugno 2020, per poi aumentare d’intensità nella seconda parte dell’anno. Nei primi mesi del 2021, soprattutto con l’intensificarsi dei combattimenti nell’area di Marib nello Yemen, le rivendicazioni dei lanci da parte del gruppo sciita in territorio saudita sono diventate quasi giornaliere.

Figura 4. Attacco di settembre 2019 contro il sito petrolifero di Abqaiq. Fonte: IFI Advisory

I missili e i droni continuano a colpire principalmente le province meridionali (Jizan, Asir, Najran), ma da gennaio sono aumentati gli attacchi aventi come obiettivo Riad e se ne sono registrati anche a Jedda e nelle aree orientali di Dhahran e Ras Tanura. Soprattutto gli attacchi del 7 marzo 2021 contro un impianto di stoccaggio a Ras Tanura (uno dei più grandi porti di navigazione petrolifera del mondo) e una struttura dall’Aramco a Dhahran, nonché quelli del 19 marzo 2021 contro una raffineria petrolifera dell’Aramco a pochi chilometri a sud-est di Riad, hanno nuovamente evidenziato quanto queste azioni possano incidere sulla produzione petrolifera e dunque sugli introiti statali. Un ulteriore elemento di forte preoccupazione da parte saudita è dato anche dalla conferma di quanto già emerso nel settembre 2019, ovvero il miglioramento della logistica, della precisione e della gittata dei dispositivi in dotazione agli Houthi e dunque, in generale, delle capacità offensive del gruppo.

Figura 5. Localizzazione su mappa dei siti di Ras Tanura e Dhahran. Fonte: The National News Gulf

Proprio in occasione dell’attacco del 19 marzo 2021, il portavoce militare degli Houthi, Yahya Sarea, ha dichiarato che le operazioni contro l’Arabia Saudita continueranno con sempre maggior intensità avvertendo conseguentemente aziende e cittadini stranieri presenti sul territorio saudita del rischio che corrono soprattutto se impiegati presso siti militari o infrastrutture chiave. Simili attacchi, dunque, alimentano le preoccupazioni saudite di assistere a una riduzione della presenza di capitali stranieri in un momento in cui l’economia nazionale risulta già provata dalla crisi Covid-19 e dalla riduzione del prezzo del petrolio. I rischi economici derivanti dall’aumento della minaccia di attacchi riguardano principalmente proprio il settore petrolifero, fonte primaria d’introiti per Riad.

La Aramco ha annunciato a fine marzo 2021 una riduzione dei ricavi del 44,4% nel 2020, perdite in gran parte dovute alla riduzione della domanda globale di petrolio a causa dell’incidenza del Covid-19. La compagnia ha registrato un utile netto di 49 miliardi di dollari (pari a 41 miliardi di euro) nel 2020, contro gli 88,2 miliardi di dollari (pari a 73,8 miliardi di euro) dell’anno precedente. Si tratta in realtà del secondo anno consecutivo in cui la società petrolifera registra una contrazione degli utili: già nel 2019, infatti, si era registrato un calo del 20,6% rispetto al 2018. I mancati introiti del settore petrolifero andranno a incidere sulla fattibilità degli altri progetti del Saudi Vision 2030, rendendo molto più difficile perseguire la strategia di differenziazione e di crescita economica su cui l’intero piano è improntato. In realtà, nonostante le perdite, il CEO di Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato che secondo le previsioni della compagnia, la domanda globale di petrolio dovrebbe raggiungere i 99 milioni di barili al giorno alla fine del 2021 e salire ulteriormente nel 2022. Tali proiezioni si basano in buona parte sulle previsioni legate alla maggiore richiesta di greggio saudita da parte della Cina, ragion per cui si registrano chiari segnali di un crescente dialogo tra Riad e Pechino (le trattative tra questi due attori non saranno tuttavia certamente né facili né rapide). Nell’attuale scenario, dunque, una più attenta valutazione dell’interesse nazionale saudita nel difficile contesto economico-finanziario potrebbe aver portato Riad a propendere per un atteggiamento maggiormente aperto al dialogo nei confronti degli Houthi, nell’intento di frenare le azioni asimmetriche del gruppo contro il territorio saudita, soprattutto in un momento in cui le capacità logistiche della milizia sciita appaiono in ulteriore espansione.

Figura 6. Andamento del reddito netto dell’Aramco. Fonte: Bloomberg
Figura 7 e 8. Dati relativi ai risultati finanziari dell’Aramco e all’andamento dei prezzi e della produzione Oil. Fonte: Saudi Aramco Investor Presentation 2020

Il terzo e ultimo fattore che potrebbe verosimilmente aver spinto Riad verso una rivalutazione della strategia da seguire rispetto ai ribelli Houthi è relativo al contesto bellico in territorio yemenita. Anche prima della decisione USA di ritirare il proprio supporto logistico a Riad, l’Arabia Saudita pagava un crescente isolamento militare nello Yemen. Lo stesso ritiro degli Emirati Arabi Uniti, principale alleato dal 2015 di Riad, e l’evidente scarsa volontà degli altri Paesi della coalizione di farsi coinvolgere militarmente nel teatro yemenita avevano già evidenziato, negli ultimi anni, la difficile posizione militare di Riad; quest’ultima  è stata quindi ulteriormente compromessa dall’annuncio del blocco della vendita delle armi da parte degli USA e dall’inizio dell’offensiva di terra lanciati dagli Houthi su Marib, governatorato strategico che rappresenta una delle ultime roccaforti del governo yemenita guidato da Hadi. È forse proprio questo il fattore che incide maggiormente sulle reali possibilità di avviare un dialogo tra le parti: in ragione degli sviluppi dell’offensiva su Marib, gli Houthi hanno dei margini concreti per poter sbloccare un conflitto in stallo militare ormai da diversi anni. Qualora il gruppo sciita dovesse realmente riuscire a prendere il controllo di Marib, potrebbe presentarsi alla comunità internazionale come il vero vincitore di questo conflitto, con le ovvie conseguenze che questo avrebbe sulla sua posizione al tavolo delle trattative.

La necessità per Riad di trovare una via di uscita dal teatro yemenita senza tuttavia veder compromesso il suo ruolo di leader delle Monarchie del Golfo si scontra, dunque, con la volontà degli Houthi di ampliare e consolidare i propri successi sul terreno, rafforzando la propria posizione in chiave negoziale. Posizioni apparentemente inconciliabili, perlomeno nel breve termine, che contribuiscono ad alimentare la fluidità del quadro politico e di sicurezza dell’intera regione.

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