Le elezioni cilene tra sfiducia istituzionale e scenari socio-politici incerti

Il prossimo 21 novembre si terranno in Cile le elezioni presidenziali per eleggere il successore di Sebastián Piñera, in carica dal marzo 2018. Quest’ultimo – sostenuto dalla coalizione di centro-destra “Chile Vamos” e la cui politica economica si basa sui principi del liberismo e deregolamentazione – si trova attualmente a dover fronteggiare un forte dissenso interno, sfociato nelle gravi proteste del 2019 e che persiste ancora oggi, seppur manifestandosi a fasi alterne di maggiore o minore intensità.

Nonostante le condizioni economiche ne facciano uno dei Paesi più stabili della regione, negli ultimi anni l’economia cilena è stata duramente colpita dalla caduta dei prezzi delle materie prime che esporta (rame) e dal contestuale aumento di quello del petrolio (che importa). Inoltre, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha determinato un incremento del prezzo del dollaro, ulteriore elemento di sofferenza per il quadro economico del Paese.

Per far fronte a questa congiuntura sfavorevole, Piñera aveva annunciato nel 2019 un aumento del costo delle bollette elettriche e del prezzo del trasporto pubblico nell’ora di punta. Ne scaturirono volente proteste – particolarmente gravi a Santiago – che assunsero rapidamente un carattere più eterogeneo, mettendo in discussione l’intero apparato statale e chiedendo un cambiamento dell’intero ordine costituzionale del Paese.

La dura risposta del presidente Piñera (con la dichiarazione dello Stato di emergenza e un massiccio ricorso alle forze di polizia e all’esercito) e la radicalizzazione delle posizioni di numerose frange dei manifestanti hanno determinato una fase di forte incertezza sul piano sia della sicurezza che su quello socio-economico. Dopo diversi mesi di aggravamento delle violenze – con ricorrenti proteste degenerate in incendi, saccheggi e danneggiamenti a strutture pubbliche e private – la situazione è lentamente tornata alla normalità a partire dal marzo 2020, a causa del sopraggiungere della pandemia di Covid-19 nonché in seguito ad alcune concessioni fatte ai manifestanti.

Tra queste, la principale è apparsa l’indizione di un referendum per stabilire se abrogare o meno la Costituzione del 1980. Tenutosi il 25 ottobre 2020, esso ha visto il 78% circa dei partecipanti votare a favore della redazione di un nuovo testo costituzionale. A testimonianza della profonda frattura tra politica e società, i votanti hanno scelto di affidare ad un’assemblea costituente (da eleggere con successive elezioni) e non ai parlamentari allora in carica, il compito di redigere la nuova Costituzione. Le elezioni per la costituente si sono quindi tenute il 15 ed il 16 maggio 2021, in concomitanza con quelle di sindaci e consigli municipali, ed hanno segnato una netta sconfitta per le forze politiche governative a favore dei candidati di opposizione e indipendenti. In base a quanto stabilito, l’assemblea avrà a disposizione 9 mesi, prorogabili solo una volta di altri 3 mesi, per la presentazione del nuovo testo costituzionale. Tuttavia, le frammentazioni e le contrapposizioni emerse in seno all’assemblea costituente rendono probabile un ritardo nel processo. Dal punto di vista contenutistico, è molto probabile che il nuovo testo includa disposizioni a favore di un maggior intervento dello stato nell’economia, una revisione dei diritti di proprietà e modifiche al sistema di bilanciamento tra potere esecutivo e legislativo.

Fig. 1 – Composizione dell’Assemblea Costituente. Fonte: Decide Chile

In generale, le prossime elezioni di novembre rappresentano dunque un ulteriore importante passaggio del processo che sta interessando il quadro sociale, politico e istituzionale cileno negli ultimi anni.

Allo stato attuale, l’esito del confronto politico appare quanto mai incerto e nessuno dei candidati alla presidenza appare nettamente favorito sugli altri. Ciò, in un contesto di crisi di legittimità che interessa l’intero sistema di leadership politica da diversi anni e che spiega in parte l’alto numero di candidati indipendenti eletto in seno all’assemblea costituente. Oltretutto, già dalle elezioni presidenziali del 2017, uno dei temi più discussi nelle varie campagne elettorali è quello del ripristino della fiducia nella classe politica. Di conseguenza, tutti i principali partiti appaiono impegnati ad intercettare queste istanze di rinnovamento, ognuno con una strategia diversa.

Sul piano delle candidature, il centro-destra appoggia Sebastián Sichel, presentatosi alle primarie come figura indipendente e slegata dalle logiche di partito tradizionali. Espressione di “Chile Vamos” ed a capo della coalizione “Chile Podemos Más”, è stato ex-presidente della banca di stato cilena ed ex-ministro dello sviluppo sociale e della famiglia nel secondo governo Piñera. Risulta particolarmente apprezzato nel settore della finanza grazie al suo programma orientato a promuovere imprenditorialità, libera concorrenza e snellimento della burocrazia. I focus principali della sua agenda sono crescita economica e politiche a favore dello sviluppo del business.

Le primarie della sinistra sono state vinte invece da Gabriel Boric (35 anni), il politico più giovane mai presentatosi alle elezioni per la presidenza cilena. Figura di spicco dei movimenti studenteschi del 2011 e sostenuto dal Frente Amplio (coalizione formata da partiti e movimenti politici di sinistra) ha sconfitto alle primarie Daniel Jadue, figura poco apprezzata negli ambienti della finanza internazionale. Jadue proponeva infatti una politica economica segnata da un marcato interventismo statale, una ridotta autonomia della Banca Centrale e un aumento della pressione fiscale. La vittoria di Boric, al contrario, ha avuto l’effetto di rassicurare gli investitori internazionali che vedono nell’ex leader studentesco una figura più moderata. Tra i temi principali della sua campagna elettorale si segnala quello del decentramento amministrativo, anche in virtù delle sue origini. Deputato per la regione di Magellano e dell’Antartide Cilena, ed originario del suo capoluogo Punta Arenas, circa 3.000 km a sud di Santiago, è infatti particolarmente attento al tema del dualismo tra capitale e regioni periferiche.   

Le primarie della coalizione Unidad Constituyente sono state invece vinte da Yasna Provoste, capace di riunire a favore della sua candidatura le correnti democristiane e socialiste. Il suo programma si concentra su educazione e attenzione ai temi ambientali.

Nelle ultime settimane è apparso inoltre in forte ascesa José Antonio Kast. Presidente del Partido Republicano, di ispirazione marcatamente conservatrice, è accusato dai suoi detrattori di esprimere posizioni di estrema destra molto affini a quelle che furono di Augusto Pinochet. Pur presentandosi come candidato “anti-establishment” è stato egli stesso deputato dal 2002 al 2018. La sua campagna elettorale si concentra soprattutto sulla crescita dell’occupazione e sui temi legati alla sicurezza.

Altri candidati sono: Franco Parisi (Partido de la Gente), Eduardo Artés (Unión Patriótica), Marco Enríquez-Ominami (Partido Progresista).

Fig. 2 – I candidati alla presidenza. In alto, da sinistra a destra: Artes, Boric, Enriquez-Ominami. In basso: Kast, Parisi, Provoste, Sichel. Fonte: Pauta

A meno di due mesi dal voto le incognite restano molte, soprattutto alla luce di un’altissima percentuale di elettori, circa il 50%, che si dichiara al momento indecisa. Tale dato appare ancor più significativo se paragonato alle ultime due elezioni presidenziali: nel 2013 – quando vinse la socialista Michelle Bachelet, ora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani – la percentuale di indecisi a due mesi dal voto era del 13%, mentre nel 2017 si attestava al 26,8%.

Lo scenario più verosimile resta quello di un ballottaggio che, sulla base dei sondaggi delle intenzioni di voto al momento disponibili, dovrebbe coinvolgere con molta probabilità il candidato di sinistra Boric mentre permane una forte incertezza riguardo il suo possibile sfidante.

La competizione elettorale non sembra poter concorrere a determinare un quadro particolarmente critico dal punto di vista della sicurezza. Sebbene vi siano naturali elementi di contrapposizione tra i vari candidati, infatti, le rispettive campagne elettorali si stanno svolgendo in un clima di rispetto reciproco ed è allo stato attuale improbabile una radicalizzazione delle normali divergenze politiche. Di conseguenza, anche il quadro sociale dovrebbe restare piuttosto stabile, almeno in questa fase pre-elettorale.

All’indomani della fine del processo elettorale, numerosi saranno gli elementi di criticità che il nuovo Presidente dovrà affrontare. Tra questi, quello di maggior rilievo appare la gestione delle forti contrapposizioni che persistono a livello sociale. Il profondo malcontento che larga parte della popolazione esprime da due anni a fasi alterne verso l’establishment politico e le scelte attuate in ambito economico (accusate di aver accresciuto in maniera esponenziale le disuguaglianze sociali) rappresentano di fatto un elemento di potenziale instabilità qualora le istanze della popolazione non dovessero trovare riscontro nell’azione presidenziale.

A tal riguardo, un ulteriore tema centrale riguarderà la postura del futuro presidente nei confronti dell’assemblea costituente, i cui lavori si protrarranno nei prossimi mesi fino all’indizione del referendum confermativo previsto per il 2022. Nonostante l’estrema eterogeneità dei candidati, appare probabile che il nuovo presidente mostri nei confronti del processo costituente un atteggiamento quantomeno di collaborazione con l’obiettivo di risanare il rapporto tra cittadini ed istituzioni fortemente compromesso negli ultimi anni.

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