Le sfide della Grecia nel Mediterraneo

Analisi

Tra il 2019 e il 2021 si è registrato un aumento delle tensioni sul piano politico e militare fra Grecia e Turchia. L’inasprimento delle varie dispute in atto fra i due vicini, che ruotano attorno alla definizione dei confini marittimi e allo sfruttamento delle risorse naturali dei fondali, è apparso legato a una serie di decisioni e azioni assunte in politica interna ed estera da parte di entrambi. Sebbene a oggi l’ipotesi di un conflitto armato in senso convenzionale fra i due Paesi (peraltro entrambi membri della NATO) appaia ridotta, è cresciuto il rischio di scontri localizzati fra le rispettive forze armate nonché il generale livello di tensione in tutta la regione.

L’ascesa al potere nel 2019 del primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis (di orientamento conservatore) ha determinato un mutamento nell’atteggiamento di Atene, divenuto maggiormente assertivo nei confronti di Ankara (per quanto le sue condizioni economiche e politiche lo consentano). Ciò ha portato il governo greco a porre in essere una serie di misure dirette a contrastare la politica estera turca nel Mediterraneo, giudicata aggressiva nei propri confronti.

Figura 1: Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Fonte: primeminister.gr.

Parallelamente, dal lato turco si è assistito a un rinnovato attivismo sul piano politico e diplomatico volto a spostare a proprio favore gli equilibri di potere nell’area del Mediterraneo centrale e orientale. Tra le diverse azioni intraprese, nel 2019 la Turchia ha stipulato un accordo con la Libia per la definizione dei rispettivi confini marittimi. In tale intesa non viene riconosciuta la sovranità greca sulle acque che circondano Creta e si apre la strada sul piano giuridico allo sfruttamento turco delle risorse sottomarine di una fascia di mare che arriva fino alla Libia. Sebbene non sia stato riconosciuto a livello internazionale, l’accordo Turchia – Libia ha rappresentato un momento di forte criticità nell’escalation in atto fra le due nazioni.

Figura 2: Il ministro degli esteri greco Nikos Dendias (a sinistra) e il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu (a destra). Fonte: Ekathimerini.

Ai disaccordi tra i due Paesi riguardo la delimitazione dei confini marittimi e delle rispettive piattaforme continentali si sono aggiunti negli ultimi anni due ulteriori e rilevanti fattori di crisi.

Il primo riguarda la questione del flusso di profughi e migranti dalla Turchia verso il continente europeo. In più occasioni, infatti, Ankara è stata accusata di sfruttare la questione dei migranti come strumento di pressione sull’Europa per ottenere contropartite politiche ed economiche. Alla luce del coinvolgimento primario in tale fenomeno del territorio greco (soprattutto in quanto Paese di transito) e delle pesanti ricadute di tali flussi sul quadro economico-sociale del Paese sociali ed economiche nel Paese (già precario prima dell’emergenza Covid-19 a causa della grave crisi economica del 2010), ogni presa di posizione in materia da parte della Turchia viene letta dalla Grecia come un’azione diretta contro i suoi interessi.

Il secondo fattore di crisi è la questione, denunciata da anni dai greci, dei ripetuti sconfinamenti di aerei militari turchi nel loro spazio aereo, sconfinamenti che portano alla messa in stato di allarme dell’aviazione ellenica. Tra gli episodi più significativi si segnala quello del 5 agosto 2020 quando la stampa greca ha riferito di 33 violazioni dello spazio aereo ellenico compiute solo in quella giornata da 8 aerei militari turchi, che avrebbero indebitamente sorvolato diverse isole dell’Egeo. Va detto, tuttavia, che Ankara contesta ad Atene un illegittimo ampliamento del proprio spazio aereo sia in termini di estensione che di attribuzione di responsabilità. In altre parole, secondo i Turchi, i greci si arrogano il diritto (non previsto dalla legislazione internazionale) di avere in anticipo i piani di volo di velivoli militari che attraversano spazi aerei internazionali.

In tale contesto, negli ultimi anni la strategia politica di Atene è apparsa improntata verso la ricerca dell’appoggio dei partner internazionali (in primo luogo Unione Europea e Stati Uniti d’America) nel contrasto alle iniziative turche. In ambito UE, l’obbiettivo di fondo di Atene resta quello di ottenere l’imposizione di sanzioni economiche ai danni di Ankara. Nel corso del 2020 si è discusso in ambito UE sulla possibilità di imporre misure punitive alla Turchia legate alle attività (ritenute illegali) di esplorazione del fondo marino di una nave turca nelle vicinanze dell’isola greca di Kastellorizo. Tuttavia, tale iniziativa non ha portato a risultati concreti, soprattutto alla luce della riluttanza da parte della Germania d’imporre misure sanzionatorie nei confronti della Turchia a causa di una serie di fattori (quali, tra l’altro, la presenza di una consistente comunità turca nel proprio territorio).

Figura 3: Velivolo militare greco. Fonte: The drive.

Più in generale, Atene appare sempre più impegnata nella ricerca e nella definizione di intese con tutti quei Paesi con cui condivide interessi comuni nella gestione delle risorse dell’area del Mediterraneo. In quest’ottica va letta la sottoscrizione nel giugno 2020 di un accordo con l’Italia per la definizione delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE), visto dagli ellenici come una risposta all’intesa tra Turchia e Libia del 2019. La comunione d’intenti con l’Italia nella gestione di una serie di crisi nel Mediterraneo è stata recentemente ribadita durante il viaggio di Mitsotakis in Libia, avvenuto in concomitanza con quello del premier italiano Mario Draghi (6 aprile 2021).

Oltre all’appoggio in ambito UE, Atene punta a rinsaldare i propri legami con Washington in particolare sul piano militare, sfruttando la propria posizione strategica nel Mediterraneo. La base navale di Suda, situata nella parte nord ovest di Creta, si sta affermando come un hub fondamentale per le navi militari dei Paesi della NATO nel Mediterraneo orientale. Grazie al suo molo K-14 essa rappresenta di fatto l’unica struttura del Mediterraneo (nonché una delle poche al mondo) in grado di ospitare le portaerei di stazza maggiore (le cosiddette “supercarriers”) della marina USA. Ciò favorisce il disegno di Atene di presentarsi agli USA come alleato indispensabile e affidabile nell’area, a scapito della Turchia. Recentemente (11 marzo 2021) il Segretario di Stato USA Anthony Blinken ha espresso la sua preoccupazione per una serie di comportamenti giudicati provocatori della Turchia a danno della Grecia (quali le violazioni dello spazio aereo) messi in atto nel 2020. Blinken ha tuttavia invitato i due vicini a risolvere pacificamente e per via diplomatica le loro contese.

Sempre in ambito militare, il 7 aprile la Grecia ha siglato un accordo di cooperazione con Cipro e Egitto, altre due nazioni che hanno interessi politici divergenti rispetto alla Turchia per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse energetiche sottomarine nel Mediterraneo orientale. L’intesa dovrebbe portare, fra l’altro, ad esercitazioni militari congiunte in mare in zone di interesse comune sulle quali però Ankara rivendica un ruolo.

Figura 4: Lancio di missile dalla nave militare ellenica Hydra. Fonte: helleniknavy.gr.
Figura 4: Lancio di missile dalla nave militare ellenica Hydra. Fonte: helleniknavy.gr.

In generale, entrambi i rivali appaiono impegnati in una fase di potenziamento dei propri apparati bellici. Nel dicembre 2020 il parlamento ellenico ha approvato un raddoppio delle spese per la difesa nel 2021. Fra l’altro, vi è il progetto di acquistare 18 caccia Rafale di produzione francese oltre che fregate, elicotteri e droni. Dal canto suo la Turchia ha acquistato nel 2019 il sistema missilistico russo S-400, cosa che ha portato a sanzioni da parte di Washington, fra le quali l’esclusione della Turchia dal progetto di creazione del cacciabombardiere F35.

In realtà, una soluzione negoziale alle dispute in atto, prevedibilmente sponsorizzata dalla comunità internazionale in generale e in primis dall’UE, non è da escludersi. Va segnalato in quest’ottica la ripresa dei negoziati ufficiali fra i due Paesi dal 25 gennaio 2021, dopo uno stallo di circa cinque anni. Tuttavia, l’escalation dei toni in atto fra le parti rende sempre più difficile il raggiungimento di una sintesi, almeno nel breve periodo.

Assessment

Il successo della strategia politica di Atene nell’est Mediterraneo appare fortemente dipendente alla postura che i suoi partner regionali e internazionali adotteranno nei confronti della Turchia. Nella fase attuale, né gli USA né l’Unione Europea (trainata in questo dalla Germania) sembrano intenzionati a schierarsi in maniera netta a favore delle istanze greche e in opposizione alle rivendicazioni della Turchia. Quest’ultima, al contrario, appare meno dipendente (ma comunque non del tutto svincolata) dagli attori esterni, grazie soprattutto alla disponibilità di mezzi e risorse a disposizione per attuare una politica di espansione nel Mediterraneo. Inoltre, la Turchia appare intenzionata a voler continuare a sfruttare la sua strategica posizione geografica (che le permette di controllare l’accesso al Mar Nero e quindi lo sbocco nel Mediterraneo per le navi da guerra russe) come mezzo di pressione nei confronti dei Paesi propri partner o avversari.

L’aggravarsi delle tensioni fra Grecia e Turchia rappresenterebbe una criticità per gli imprenditori e le società straniere attive in quei Paesi, con un rischio accresciuto di un coinvolgimento accidentale nella disputa in corso. Nello specifico, imbarcazioni o altri asset appartenenti a compagnie private e coinvolte nelle operazioni di prospezione sottomarina dietro autorizzazione di una delle due parti possono diventare il bersaglio di azioni militari di ostruzione compiute dall’altra.

In secondo luogo, le sanzioni dell’Unione Europea chieste da Atene nei confronti della Turchia, qualora venissero effettivamente introdotte e applicate, potrebbero avere effetti negativi di vario genere (reputazionali, economici, giuridici, ecc.) sulle imprese europee che operano in Turchia. A tali misure potrebbero corrispondere sanzioni imposte dalla Turchia alle società europee (in particolare quelle attive in Grecia) col rischio di effetti negativi speculari.

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