Manifestazioni e proteste in Thailandia – Outlook

Executive summary

Da oltre un anno Bangkok e i principali centri urbani thailandesi sono interessati da manifestazioni di protesta antigovernative altamente partecipate e indirizzate a favorire un processo di riforma del sistema politico-istituzionale.

L’obiettivo dei dimostranti (inizialmente studenti ai quali con il passare dei mesi si sono uniti altri membri della società civile provenienti da svariati settori) è favorire un processo di democratizzazione nel Paese, interrotto dopo il colpo di stato militare del 2014 e la conferma al potere nel 2019 dell’esecutivo – sostenuto dall’esercito – guidato dal generale Prayut Chan-o-cha. Le finalità nel breve periodo dei manifestanti sono pertanto le dimissioni dell’attuale primo ministro, la convocazione di elezioni per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti (anticipando quelle previste nel 2023), una nuova Costituzione, una sostanziale limitazione del potere dei militari e una modifica del ruolo della monarchia.

L’originalità dell’attuale moto di proteste deriva dai forti accenti critici nei confronti del sovrano Vajiralongkorn (Rama X), un cambiamento dai potenziali risvolti significativi, considerata l’importanza simbolica della monarchia in Thailandia.

Figura 1 – Manifestanti durante le proteste.

Tra i possibili scenari futuri, quello più probabile appare la continuazione delle proteste nel corso del 2021, ma con raduni verosimilmente meno partecipati e frequenti rispetto a quelli registrati nel 2020. Quest’ultimo aspetto potrebbe derivare dall’applicazione da parte delle autorità delle condanne per il reato di lesa maestà (a causa delle critiche rivolte alla monarchia) con l’obiettivo di scoraggiare e limitare l’azione dei manifestanti. Tuttavia parallelamente, considerato il generalizzato malcontento della popolazione, il governo proseguirà nella presentazione di emendamenti costituzionali in grado di accogliere parzialmente le richieste degli attivisti. In ogni caso, appare altamente improbabile una diminuzione dell’influenza dell’esercito nel sistema politico-istituzionale thailandese, così come una messa in discussione del potere monarchico. La situazione d’instabilità influenzerà comunque negativamente l’andamento dell’economia, già in crisi a causa della pandemia di Covid-19. 

Un secondo scenario plausibile riguarda la possibilità che Prayuth debba affrontare una mozione di sfiducia da parte delle opposizioni in Parlamento, che in ogni caso può superare agilmente grazie al sostegno che dispone tra i militari. Tuttavia, di fronte alla continuazione delle proteste nei prossimi mesi, non può del tutto escludersi l’ipotesi che nell’esercito prevalga la fazione critica nei confronti di Prayuth, situazione che potrebbe costringere il primo ministro alle dimissioni in favore di un altro esponente della coalizione di governo. Benché tale eventualità possa garantire l’uscita di scena del generale (uno dei principali obiettivi delle proteste), essa darebbe nuovo vigore all’iniziativa dei manifestanti che, animati dal risultato, organizzerebbero nuove proteste.

Lo scenario peggiore, ma meno probabile, riguarda un’escalation delle proteste accompagnata da una risposta violenta da parte dell’esercito. Nell’eventualità di una significativa instabilità con conseguenti difficoltà tra Prayuth e il sovrano, l’ala più conservatrice dell’esercito potrebbe favorire un nuovo colpo di stato a tutela della monarchia e indirizzato a sostituire il primo ministro. Una simile iniziativa comporterebbe però ulteriori manifestazioni di protesta e una generalizzata instabilità.

Assessment

Le manifestazioni che interessano in queste settimane le città thailandesi rappresentano la terza fase di un moto di protesta pro-democrazia iniziato nel febbraio 2020 ma bruscamente interrotto nel marzo dello stesso anno a causa dell’aumento dei casi di contagio da Covid-19. La seconda fase si è svolta in seguito all’allentamento delle misure restrittive nel giugno 2020 e si è protratta fino al mese di dicembre, quando la Thailandia ha registrato una ripresa dei casi di contagio con conseguenti nuove restrizioni. L’attuale terza fase è iniziata nel febbraio 2021. 

Le proteste thailandesi del 2020-2021 si collegano a dinamiche di lungo periodo della storia recente del Paese. Infatti, nella loro fase iniziale gli organizzatori delle manifestazioni sono stati i gruppi avversi al colpo di stato realizzato dalla giunta militare nel 2014 che comportò il successivo insediamento del governo guidato dal generale Prayut Chan-o-cha. L’obiettivo dei militari, dopo un decennio caratterizzato da due colpi di stato (2006 e 2014), dall’instabilità e da numerosi moti di protesta (organizzati dalle Camicie Rosse e dalle Camicie Gialle), era indirizzato a favorire un’ordinata transizione dal regno di Bhumibol Adulyadej (Rama IX) a quello del figlio Vajiralongkorn, asceso al trono nel 2016 con il nome di Rama X.

L’attuale modello istituzionale, codificato dalla Costituzione del 2017 scritta dalla medesima giunta militare, garantisce un influente ruolo all’apparato militare, il quale controlla di fatto la magistratura, nomina direttamente i 250 membri del Senato ed è alleato di un partito civile che tutela gli interessi militari, il Palang Pracharath, a capo della coalizione di maggioranza della Camera dei Rappresentanti. Dopo le elezioni parlamentari del marzo 2019 il governo è stato nuovamente affidato al raggruppamento capeggiato dal partito associato ai militari, nonostante non sia il primo gruppo per numero di seggi nella camera bassa dell’Assemblea Nazionale.

La conferma di Prayut in qualità di primo ministro ha comportato un generalizzato malcontento nella società civile thailandese, che si è ampliato dopo la dissoluzione nel febbraio 2020 del Future Forward Party (FFP). Una sentenza della Corte Costituzionale ha infatti attestato una violazione della legge sulle elezioni, in quanto la compagine politica avrebbe ricevuto un prestito dal suo leader, Thanathorn Juangroongruangkit, considerato in realtà una donazione illegale. L’FFP (un partito progressista, avverso alla giunta militare e i cui parlamentari hanno fondato dopo lo scioglimento il partito Move Forward) aveva ottenuto un risultato positivo alle elezioni, grazie a un largo seguito tra i giovani elettori thailandesi.

Figura 2 – Attuale composizione dell’Assemblea Nazionale.

La decisione della Corte Costituzionale sul FFP ha pertanto generato la prima ondata di proteste, organizzate prevalentemente nei campus universitari. Dopo l’interruzione nel marzo 2020, le manifestazioni sono riprese con maggiore vigore a partire da giugno 2020, fase che ha visto una graduale adesione dei seguaci del movimento delle Camicie Rosse alle rimostranze degli studenti e l’organizzazione di contro-manifestazioni da parte dei sostenitori della monarchia e della giunta militare.

Figura 4 – Il primo ministro generale Prayut Chan-o-cha.

I manifestanti hanno adottato delle tattiche molto simili a ciò che si è verificato ad Hong Kong durante le proteste antigovernative del 2019 e del 2020, passando da marce chiaramente pianificate, soprattutto a Bangkok, a manifestazioni fluide e spontanee. Non è presente una leadership centralizzata, com’era il caso delle precedenti esperienze relative alle Camicie Rosse e alle Camicie Gialle, mentre i social media hanno un ruolo fondamentale per la pianificazione dei raduni. L’esercito e il governo dispongono del controllo dei tradizionali mezzi di comunicazione, pertanto i giovani antigovernativi utilizzano altri canali, come TikTok, Twitter e Facebook. Le autorità hanno tentato di controllare tali mezzi di comunicazione incontrando tuttavia la resistenza delle compagnie che gestiscono i social media.

Dall’inizio delle manifestazioni centinaia di attivisti sono stati arrestati, alcuni per il reato di lesa maestà. Proprio l’abolizione dell’articolo 112 del Codice penale thailandese, che vieta qualsiasi tipo di commento sulla monarchia, rappresenta una delle richieste delle proteste in corso. Per circa tre anni non vi sono state pene per il mancato rispetto del sovrano, mentre dal novembre 2020 più di 60 persone sono state accusate di aver violato l’articolo 112, compreso Thanathorn Juangoongruangkit, leader del FFP. Anchan Preelert, un’attivista pro-democrazia, è stata condannata a 43 anni di carcere per il reato di lesa maestà, in relazione ad alcune attività online.

Ad oggi le principali richieste degli attivisti sono essenzialmente tre: le dimissioni del primo ministro Prayut Chan-o-cha e la convocazione di nuove elezioni per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti prima del 2023; una nuova Costituzione con una formale revisione e una sostanziale limitazione del potere dei militari, nonché la fine della loro repressione nei confronti degli attivisti pro-democrazia; una modifica del ruolo della monarchia ed una sua subordinazione al controllo costituzionale.

Figura 3 – Il re Vajiralongkorn (Rama X) e la regina Suthida.

Negli ultimi quindici anni la Thailandia ha già registrato situazioni simili, con estesi moti di protesta che hanno comportato la caduta di due governi mediante colpi di stato, rispettivamente nel 2006 e nel 2014. Tuttavia, l’attuale diffuso malcontento popolare non è la rappresentazione di una contrapposizione tra fazioni e gruppi d’interesse in lotta per il controllo del Paese, così come avvenne tra le cosiddette Camicie Rosse (prevalentemente rappresentanti di lavoratori delle aree rurali, studenti, attivisti di sinistra e uomini d’affari critici verso i militari) e le Camicie Gialle (ossia filo-monarchici, ultranazionalisti e membri della classe media urbana). Si tratta all’opposto dell’espressione di una volontà di cambiamento, potenzialmente “rivoluzionaria”, del sistema di potere thailandese poiché, oltre ad essere messo in discussione il ruolo dell’esercito, per la prima volta viene considerato anche quello della monarchia. Negli ultimi mesi quest’ultima, da istituzione intoccabile e simbolo di stabilità è divenuta oggetto di dibattito pubblico e, seppur da una parte minoritaria della società civile, di derisione e ripudio.

L’immagine pubblica dell’attuale sovrano ha contributo ad alimentare le rimostranze popolari, dal momento che Rama X appare essersi allontanato dalla parvenza d’integrità morale dimostrata dal padre esibendo, secondo una parte della società civile thailandese, uno stile di vita opulento e considerato irrispettoso e distante dagli interessi della popolazione, in particolare durante la difficile situazione creata dalla crisi sanitaria.

Tuttavia la monarchia thailandese è al momento allineata alle posizioni dell’esercito e permane un tacito accordo tra le parti per la gestione del potere, considerato che la giunta militare ha avvallato nel 2018 una delibera del Crown Property Bureau (CPB), il quale ha trasferito l’intero ammontare del proprio portafoglio – beni reali per un valore pari a oltre 40 miliardi di dollari detenuti per più di 80 anni per conto della monarchia e della nazione – direttamente sotto il controllo del re Vajiralongkorn. Oltre a vaste proprietà immobiliari nel centro di Bangkok, il CPB possiede significative partecipazioni nella più grande azienda industriale del regno, il Siam Cement Group, e in uno dei suoi maggiori istituti di credito, la Siam Commercial Bank. Nell’ottobre 2020, il re ha inoltre preso il controllo diretto di due unità cruciali dell’esercito situate a Bangkok, dopo che nel 2018 aveva istituito una divisione speciale di sicurezza, nota come “Guardie del Re 904”, con l’obiettivo esplicito di proteggere la monarchia e servire come forza di sicurezza personale del re.

Gli attivisti sono consci dell’irrealizzabilità dell’abolizione della monarchia (considerato anche il significativo sostegno della popolazione thailandese verso l’istituzione), ma ambiscono a una serie di riforme sintetizzate in 10 punti. Tra di esse si segnalano l’introduzione di limiti legali alle operazioni del sovrano, l’attivazione di controlli sulle sue finanze e attività all’estero, un taglio del bilancio a disposizione del re in linea con la situazione economica del Paese, la separazione della ricchezza personale di Rama X dai beni della Corona e una responsabilità del monarca nei confronti dei rappresentanti eletti, garantendo pertanto il primato della Costituzione thailandese rispetto alle prerogative monarchiche.

Figura 4 – Manifestazioni a Bangkok.
Figura 5 – Andamento del PIL. Fonte- Fondo Monetario Internazionale.

Le rimostranze popolari, in particolare quelle contro le ricchezze della monarchia, s’inseriscono in un contesto caratterizzato da una precaria situazione socio-economica, la più grave dai tempi della crisi finanziaria del 1997. Nonostante la Thailandia abbia contenuto in maniera efficace i contagi da Covid-19 (verso la fine del marzo 2021 i casi totali sono stati 28.600 con 92 vittime), la pandemia ha causato un generalizzato disagio sociale, come si evince dai milioni di disoccupati e dai danni nei confronti di un’economia fortemente dipendente dal turismo e dalle esportazioni. Questa situazione contribuisce ad alimentare il malcontento di una parte della popolazione i cui accenti antigovernativi erano già influenzati da dinamiche preesistenti come, ad esempio, le mancanze per ciò che concerne la rappresentanza democratica. La crescita del PIL reale nel 2020 si è contratta del 7,1% a causa delle restrizioni interne e a livello globale. Successivamente, con le parziali riaperture, il PIL reale è cresciuto nel terzo e nel quarto trimestre del 2020, rispettivamente del 6,2% e dell’1,3%, ma le prospettive rimangono incerte. Il PIL potrebbe raggiungere il 4% nel 2021, grazie a una ripresa della domanda interna, mentre le esportazioni thailandesi dovrebbero riprendere a crescere una volta che i commerci internazionali garantiranno livelli di scambio simili al periodo precedente alla pandemia. La ripresa del turismo dovrebbe essere lenta per la maggior parte del 2021, dipendendo in gran parte dalla campagna di distribuzione dei vaccini e dalla ripresa dei viaggi a livello globale.

Il piano thailandese per i vaccini è iniziato il 1° marzo 2021 in maniera più lenta rispetto ad altri Paesi del Sud-Est asiatico. Le autorità hanno approvato l’utilizzo dei vaccini AstraZeneca (in collaborazione con la locale Siam Bioscience) e Sinovac Biotech (quest’ultimo proveniente dalla Cina), inizialmente per le categorie a rischio (lavoratori del sistema sanitario, anziani, persone con gravi patologie). L’obiettivo delle autorità è vaccinare 31 milioni di Thailandesi entro la fine del 2021, ossia il 45% circa dei 66 milioni di abitanti. Allo stato attuale, l’elemento che desta maggiore preoccupazione per le autorità thailandesi riguarda l’instabilità del Myanmar, che potrebbe comportare un aumento dei flussi migratori verso la Thailandia, come accadde durante le violente proteste del 1988, comportando un aumento dei rischi associati alla diffusione dei contagi da Covid-19 nonché alle ripercussioni sul sistema economico.

Infine, le tensioni internazionali, in particolare quelle tra Stati Uniti e Cina (entrambi, malgrado lo storico rapporto con Washington, importanti partner commerciali di Bangkok), potranno influire negativamente sui tassi di crescita del Paese, concorrendo dunque ad alimentare le condizioni per tensioni e instabilità a livello interno.

Outlook

Scenario altamente probabile

Le manifestazioni hanno avuto come principale conseguenza sul piano politico una forte pressione sul governo, il quale appare di fatto impossibilitato ad accogliere tutte le richieste dei dimostranti soprattutto alla luce della messa in discussione del ruolo dell’esercito e della monarchia. L’establishment, rappresentato da militari, monarchia, magistratura, clero buddhista e oligarchi, non ha inoltre mostrato alcun segnale volto ad accogliere le richieste popolari per un sistema politico pluralista e rappresentativo. Pertanto, gli sforzi del governo indirizzati a frenare il movimento di protesta potrebbero ostacolare la riconciliazione interna favorendo l’instabilità e ponendo rischi al quadro di sicurezza del Paese.

Tuttavia, il ricorso alla violenza da parte delle forze di sicurezza potrebbe essere limitato, non solo in virtù del carattere essenzialmente pacifico delle proteste (sono stati segnalati sporadici episodi relativi all’utilizzo di esplosivi improvvisati) ma anche per timore delle possibili ripercussioni a livello internazionale. Nelle circostanze straordinarie di un governo impopolare sostenuto dai militari e in un contesto caratterizzato da crescenti disuguaglianze, economia debole, effetti della pandemia prolungata e messa in discussione della monarchia da parte di alcuni settori della società civile, una violenta repressione dei manifestanti potrebbe generare una forte reazione popolare. In particolare, se i militari dovessero gestire la situazione tramite l’assunzione di una postura eccessivamente coercitiva, il Parlamento potrebbe frammentarsi in fazioni pro e anti-esercito, erodendo il controllo da parte dei militari del sistema istituzionale.

Per tali motivi, il governo e l’esercito cercheranno molto probabilmente di avvicinarsi ad alcune richieste dei manifestanti per evitare che l’attuale maggioranza rischi d’indebolirsi in vista delle elezioni del 2023, elemento che renderà il dibattito sulle riforme costituzionali un tema centrale dei prossimi mesi. Una volta approvate le modifiche alla Costituzione, esse saranno sottoposte a referendum. Tra le misure più probabili si segnala la possibile modifica di alcuni criteri di nomina dei rappresentanti del Senato, posto che i militari intendono mantenere un solido legame con il potere civile eletto ed evitare nuovi colpi di stato.  

In tale contesto, il sovrano potrebbe cercare di modificare la propria immagine pubblica, mostrandosi più presente e attento alle difficoltà della popolazione, in modo tale da aumentare la propria credibilità all’interno di quell’area della società civile attualmente molto critica nei confronti della casa regnante. Le autorità, attraverso una narrativa che da un lato rilevi le aperture dell’establishment politico nei confronti della società e dall’altro enfatizzi le rimostranze antimonarchiche (non accettate dai partiti di opposizione e dalla gran parte dell’opinione pubblica thailandese) potrebbero inoltre tentare di porre in discredito il movimento di protesta. Nonostante l’aumento delle critiche nei confronti della monarchia, questa continua infatti a rappresentare un’istituzione profondamente radicata nel sistema politico thailandese, identificata come un pilastro di stabilità e continuità storica della nazione. L’insistenza dei manifestanti su richieste relative alle prerogative del sovrano rischia quindi di allontanare ampie fasce della società thailandese dai gruppi di protesta, rendendo vulnerabili gli stessi attivisti a severe conseguenze legali che potrebbero rappresentare un deterrente ad organizzare raduni.

L’obiettivo dei militari è costruire un consenso allargato in Parlamento, attraverso i partiti civili alleati, evitando qualsiasi azione che appaia radicale ed eccessivamente avversa ai manifestanti e avendo come obiettivo primario la ripresa economica.

Lo scenario più probabile per i prossimi mesi è una continuazione delle proteste, anche a carattere quotidiano, nonostante sia ipotizzabile un calo dei raduni rispetto al 2020. Appare tuttavia inverosimile che essi si trasformino nei disordini paralizzanti visti negli anni precedenti al colpo di stato militare del 2014 (ossia gli episodi legati alle Camicie Gialle e Rosse). Un dibattito interno inerente al ruolo della monarchia potrebbe invece continuare, senza assumere toni eccessivamente avversi al ruolo del sovrano nella società thailandese.

Scenario possibile

Uno scenario meno probabile è che il governo del primo ministro Prayuth subisca una mozione di sfiducia da parte delle opposizioni in Parlamento, come già avvenuto nel febbraio 2020 e nel febbraio 2021, non solo per le proteste, ma anche per la gestione della pandemia di Covid-19 e la campagna vaccinale.

Inoltre, uno stallo prolungato tra i manifestanti e le autorità potrebbe compromettere la crescita economica e comportare rischi per la sicurezza a Bangkok. Se le misure di contenimento poste dalle autorità nei confronti dei manifestanti non dovessero sortire effetti nei prossimi mesi, i militari potrebbero ritirare il proprio sostegno a Prayuth (che sarebbe costretto alle dimissioni) eliminando un obiettivo chiave dei manifestanti e sostenendo un leader alternativo della coalizione di governo. L’esercito è internamente diviso in fazioni, alcune di esse avverse al primo ministro Prayuth e nel giugno 2020 delle componenti del Palang Pracharath sono riuscite ad ottenere le dimissioni della squadra economica del primo ministro, imponendo un rimpasto di governo.

Tale scenario deve tenere però conto della base di potere del primo ministro, che dispone di numerosi sostenitori nell’esercito, e il rischio che le dimissioni di Prayuth possano incoraggiare i manifestanti, una situazione che comporterebbe il mantenimento del sostegno dei militari nei confronti del primo ministro.

Scenario poco probabile

Considerate le possibili difficoltà tra il governo guidato da Prayuth e la monarchia, lo scenario peggiore, sebbene il meno probabile, riguarda l’eventualità di un nuovo colpo di stato militare indirizzato a deporre l’attuale primo ministro. Una simile iniziativa sarebbe organizzata dall’ala più conservatrice dell’esercito, che agirebbe a tutela della monarchia messa in discussione dai manifestanti e non efficacemente tutelata dal governo. Ciononostante, tale misura sarebbe accompagnata da un aumento delle proteste, che potrebbero essere represse con maggiore violenza da parte della autorità, posta una preponderanza delle componenti conservatrici e oltranziste nell’esercito. Una simile prospettiva causerebbe dunque un deciso aumento dei feriti e delle vittime tra i civili.

Non è da escludere che in caso di aumento considerevole dell’instabilità interna i gruppi armati insurrezionali operativi nelle aree meridionali della Thailandia a maggioranza islamica possano interrompere totalmente i canali di dialogo con le autorità centrali e riprendere le proprie operazioni terroristiche nelle province separatiste, ma anche nei restanti centri urbani del Paese.

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