Outlook Medio Oriente

Il 2019-2020 ha rappresentato un biennio di forte criticità per tutta la regione mediorientale: alle vecchie crisi (si pensi alla guerra in Siria, a quella nello Yemen o alle vicende irachene) si sono affiancate nuove e altrettanto complesse dinamiche che hanno fatto innalzare spesso a livelli di extreme distress le tensioni regionali. La strategia politica seguita dalla passata amministrazione statunitense a guida Donald Trump ha rappresentato, in più di un’occasione, uno degli elementi di destabilizzazione. Tra i vari dossier la strategia della “massima pressione” portata avanti nei confronti di Teheran ha comportato un innalzamento dei rischi connessi alle azioni dei proxy iraniani non solo in territorio iracheno ma anche nella stessa Arabia Saudita o nell’area marittima del Golfo Persico-Stretto di Hormuz, quest’ultimo chokepoint di fondamentale rilevanza geostrategica.

Contestualmente alle sfide dettate dalla geopolitica degli interessi, regionali e internazionali, gli Stati mediorientali hanno dovuto affrontare anche altre sfide sul piano interno. Il biennio 2019-2020 ha visto un forte aumento dei fenomeni d’insorgenza socio-politica in diversi Paesi: Libano, Iraq, Iran e persino nello stesso Stato di Israele. Sebbene nella maggior parte dei casi connessi a cause profonde e radicate rispetto a quelle contingenti che ne hanno provocato l’esplosione, tali fenomeni sono stati acuiti dalla pandemia globale Covid-19. Proprio l’emergenza sanitaria ha in un certo senso congelato alcune dinamiche, perlopiù quelle di proiezione esterna, costringendo anche gli Stati mediorientali a fare i conti con quelle criticità socio-economiche e con la richiesta di profonde riforme che nel contesto della pandemia sono diventate ingestibili nel primo caso, improrogabili nel secondo.

Stati Uniti – Iran

Centrali nelle dinamiche mediorientali anche nel 2021 resteranno le tensioni legate all’Iran. Nei fatti, l’evoluzione della questione iraniana (con tutte le sue manifestazioni regionali tramite la rete di proxy collegati a vario titolo a Teheran) dipenderà soprattutto dalla linea politica che la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden deciderà di seguire in Medio Oriente.

La presidenza Trump ha segnato un netto peggioramento nei rapporti Iran-USA culminato nell’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) e nell’uccisione per mano statunitense del generale iraniano Qasem Soleimani (a capo della Forza Quds) e di Abu Mahdi al-Muhandis (guida delle forze di mobilitazione popolare irachene). Al contrario, la nuova amministrazione USA appare intenzionata a riaprire il dialogo con Teheran, non escludendo anche un possibile rientro nel JCPOA. Tale eventualità è emersa non solo in numerose dichiarazioni rilasciate dal neo-Presidente ma anche da alcune recenti nomine (tra le quali appare degna di nota quella a capo della CIA di William Burns – uno dei principali fautori del dialogo con Teheran tramite il quale si giunse alla firma del JCPOA). Tuttavia, gli Stati Uniti subordineranno la ripresa di un confronto con l’Iran ad alcune specifiche condizioni imprescindibili, tra le quali il rispetto degli impegni assunti e l’allargamento dell’accordo alle politiche regionali e ai programmi missilistici.

Figura 1. Rete di alleanze regionali. Fonte: Le courier du Maghreb et de l’orient
Figura 1. Rete di alleanze regionali. Fonte: Le courier du Maghreb et de l’orient

Nonostante il cambio di passo che Joe Biden ha dimostrato di voler imprimere rispetto al suo predecessore, la ripresa di un dialogo costruttivo tra Iran e USA potrebbe essere ostacolato da molteplici fattori. Un primo aspetto da considerare riguarda il tema della rimozione delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’Iran. Aspetto di fondamentale rilevanza per Teheran e premessa basilare per poter iniziare il dialogo, tale decisione prevede necessariamente un voto del Congresso statunitense. Sebbene i democratici abbiano mantenuto la maggioranza dell’organo e ci sia una situazione di parità di voti al Senato, la proposta di eliminazione di tutte le sanzioni potrebbe non ottenere il consenso sufficiente tra i parlamentari. Alcune sanzioni riguardano, infatti, aspetti legati al terrorismo e ai diritti umani, tema che solleva le sensibilità di numerosi parlamentari, anche democratici.

Oltre al problema interno americano relativo ai meccanismi di checks and balances, non si può poi sottovalutare che l’eventuale ripresa di un accordo con l’Iran susciterebbe una forte reazione negativa da parte degli alleati USA nella regione mediorientale. Di fatto, gli Stati Uniti dovranno costantemente fare attenzione a bilanciare la ripresa del dialogo con Teheran con la gestione dei rapporti con Israele e i Paesi sunniti del Golfo (Arabia Saudita in primis). Un’eventuale intransigenza soprattutto israeliana potrebbe mettere nuovamente a repentaglio il processo di dialogo e innescare nuove escalation nella regione mediorientale. Si ricordi che le relazioni israelo-statunitensi hanno raggiunto il punto più basso proprio durante la seconda presidenza Barack Obama, in gran parte a causa dell’opposizione di Israele all’accordo sul nucleare con l’Iran. La possibile ripresa del dialogo Stati Uniti-Iran potrebbe quindi determinare nuove incrinature con l’alleato oltreoceano. Una delle principali preoccupazioni israeliane è che con la nuova amministrazione Biden gli Stati Uniti possano perdere interesse per l’Iraq (comportando una sempre più marcata ingerenza da parte di Teheran nella regione) e, più in generale, favorire una maggiore attività iraniana in tutta la regione (con un nuovo aumento del rischio di azioni contro lo Stato di Israele soprattutto per il tramite dell’Hezbollah libanese) grazie alla cancellazione delle sanzioni economiche contro Teheran.

Oltre alle difficoltà fin qui analizzate, la finestra temporale in cui l’amministrazione Biden potrà agire per cercare di riaprire un effettivo canale di dialogo con Teheran appare particolarmente ristretta. Nel giugno del 2021, infatti, si svolgeranno le elezioni presidenziali in Iran che potrebbero confermare lo spostamento dell’elettorato verso posizioni meno moderate come già emerso dai risultati delle parlamentari del febbraio 2020. Un simile spostamento della presidenza iraniana inciderebbe inevitabilmente anche sul dialogo con gli USA, laddove la postura maggiormente intransigente assunta da Teheran potrebbe render ancora più complicato il raggiungimento di una sintesi tra la parti, con possibili conseguenze sulla stabilità regionale.

In questo contesto si potrebbe inoltre assistere a una ripresa delle azioni asimmetriche condotte soprattutto tramite i proxy iraniani (Houthi per quanto concerne l’Arabia Saudita, Hezbollah libanese con riferimento alle azioni contro Israele e le Forze di Mobilitazione Popolare nel caso dell’Iraq) come forma di pressione nei confronti dell’amministrazione USA. Permane inoltre il rischio di azioni direttamente condotte da Teheran, come sequestri di navi in transito nelle acque del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz. Al momento appare invece remota l’ipotesi di uno scontro militare diretto e di più ampia portata tra Washington (o alleati, Israele e Arabia Saudita) e Teheran: ciò a maggior ragion nell’attuale contesto in cui la pandemia mondiale legata al Covid-19 ha imposto la necessità di dover gestire a livello interno le gravi criticità economiche e sociali da essa derivanti, costringendo tutti gli Stati a concentrarsi soprattutto sulle dinamiche interne. Inoltre, anche qualora nelle prossime elezioni iraniane dovesse ottenere la vittoria un candidato del fronte intransigente, occorre comunque sottolineare che difficilmente la postura iraniana potrà raggiungere l’estrema inflessibilità e i livelli di minaccia registrati nel corso della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. La situazione interna economica è infatti estremamente compromessa dalle sanzioni e dalle conseguenze dell’emergenza pandemica. Ciò potrebbe spingere l’ala più intransigente a mantenere una rigidità meramente formale (in questo caso, ad esempio, sarebbero soprattutto eventuali negoziati sul nucleare a risentirne), senza tuttavia cedere alla tentazione di colpi di forza incontrollati tali da provocare un conflitto di più ampia portata. Si continuerebbe, dunque, in questo senso, ad assistere ad uno scenario regionale caratterizzato da un estremo, e pertanto altamente precario, equilibrismo.

Figura 2. Effetto delle sanzioni USA sul PIL iraniano. Fonte: The Economist
Figura 2. Effetto delle sanzioni USA sul PIL iraniano. Fonte: The Economist

Certo è che la difficoltà di riallacciare un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti e con l’Europa (anche a quest’ultima, infatti, sono state imposte le sanzioni secondarie statunitensi, applicate a chiunque abbia finora continuato a fare affari con l’Iran) potrebbe determinare un ulteriore rafforzamento dei rapporti della Repubblica Islamica con Russia e Cina. Sebbene la ripresa a pieno ritmo dei rapporti commerciali con l’Europa sia un aspetto centrale per l’economia iraniana, Pechino e Mosca vedono nell’Iran un alleato importante in funzione antistatunitense e potrebbero per questa ragione favorire dinamiche politico-diplomatiche di pressione nei confronti di Teheran nell’intento di creare ulteriori ostacoli a una ripresa del dialogo con Washington.

Le monarchie del Golfo

Gli ultimi mesi della presidenza Trump sono stati caratterizzati da un riallineamento dei rapporti in tutta la regione mediorientale: ne sono esempi non solo i vari accordi per l’inizio della normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Sudan) ma anche il raggiungimento, a gennaio 2021, dell’accordo “di solidarietà e stabilità” con il quale gli attori coinvolti nella cosiddetta “Crisi del Golfo” (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto), hanno decretato la fine della contesa iniziata con il Qatar nel 2017 e il ripristino progressivo delle normali relazioni con Doha. Tale riassetto degli equilibri potrebbe subire uno stop con la nuova presidenza Biden, maggiormente propensa a favorire lo status quo e a evitare ulteriori azioni simboliche, soprattutto se dalle conseguenze imprevedibili o potenzialmente capaci di fomentare le tensioni a livello regionale. Nonostante ciò, il processo innescato dall’amministrazione Trump ha indubbiamente contribuito a modificare gli spazi di manovra per le diverse monarchie del Golfo, elemento che potrebbe portare a una parziale modifica di rapporti di forza tra di esse.

In tale nuovo contesto, paradossalmente, il Paese con maggiori difficoltà risulta essere l’Arabia Saudita, Stato finora alla guida delle potenze sunnite del Golfo, in virtù di una più forte “dipendenza” di Riad da Washington. A trarre vantaggio da tale situazione appaiono essere, invece, gli Emirati Arabi Uniti: la possibilità che questi ultimi hanno di condurre una politica più autonoma da Washington (ad esempio nei rapporti con l’altro alleato regionale, Israele) potrebbe rappresentare una sfida crescente per la posizione di leadership di Riad. A tal proposito si segnala che già nel corso del 2020 in diverse occasioni (in Libia, ma anche nel contesto delle vicende legate alle aspirazioni del Southern Transitional Council – STC nello Yemen) gli EAU hanno dimostrato l’intenzione di voler intraprendere una politica sempre più autonoma da quella saudita. Tale processo di affrancamento proseguirà con ogni probabilità anche nel corso del 2021 determinando un maggiore attivismo da parte di Abu Dhabi nel blocco sunnita e accrescendo eventualmente la divisione politica al suo interno. Lo stesso accordo di riconciliazione con il Qatar (voluto da Riad e indubbiamente contro gli interessi di Abu Dhabi) potrebbe essere letto proprio nel contesto di questa lotta di potere interna al blocco sunnita. In tal senso, l’Arabia Saudita potrebbe aver raggiunto una distensione con il Qatar proprio per riaffermare la propria leadership e relegare, in questo caso, gli EAU al ruolo di secondo. La questione qatariota, infatti, rappresenta un dossier fondamentale per Abu Dhabi, soprattutto in funzione di contrasto alla Turchia (alleata di fatto di Doha).  Nel corso del 2020 si è delineata una situazione in cui i contrasti politici e strategici tra Ankara e Abu Dhabi sono fortemente cresciuti (in particolare nel contesto libico) e in cui per ciascuno dei due Paesi, l’altro è diventato il principale competitor regionale. Per questa ragione nel corso dei prossimi mesi sarà soprattutto Abu Dhabi a mantenere alta l’attenzione nei confronti delle scelte e dell’azione politica di Doha e, eventualmente, a sottolinearne qualsiasi incrinatura in modo da continuare a mantenere, e se possibile fomentare nuovamente, la tensione nei confronti del Qatar e conseguentemente della Turchia.

Il conflitto yemenita e le conseguenze per Riad

Nonostante l’avvio di un processo di dialogo tra Arabia Saudita e il gruppo sciita yemenita Houthi, nonché tra Riad e i gruppi yemeniti separatisti del sud integrati nell’STC, l’andamento del conflitto yemenita continuerà a essere caratterizzato nel corso dell’anno da una forte incertezza e da dinamiche di scontro armato aperto. Sebbene anche rispetto al dossier yemenita l’amministrazione Biden abbia già impresso un deciso cambio di rotta (ponendo fine al sostegno militare a favore dei sauditi) difficilmente il conflitto vedrà una risoluzione nel corso del 2021. Accanto al perdurare dello scontro tra le fazioni fedeli al Presidente Hadi e il gruppo ribelle Houthi, rischia nuovamente di esplodere la tensione nel sud tra l’autorità centrale e i gruppi separatisti (come da ultimo accaduto ad agosto 2019) provocando definitivamente l’apertura di un nuovo fronte del conflitto.

Figura 3. Controllo territoriale da parte delle varie fazioni in Yemen (ottobre 2020). Fonte: Polgeonow
Figura 3. Controllo territoriale da parte delle varie fazioni in Yemen (ottobre 2020). Fonte: Polgeonow

In tale contesto l’Arabia Saudita resterà fortemente concentrata sulla questione yemenita, soprattutto in ragione delle ripercussioni che il conflitto ha sulla sicurezza all’interno dei confini del Regno. Dopo una forte riduzione registrata tra gli ultimi mesi del 2019 e i primi del 2020, gli attacchi transfrontalieri da parte degli Houthi verso il territorio saudita sono progressivamente ripresi nel corso del 2020, confermando il persistere di un rischio concreto per l’Arabia Saudita legato all’attività del gruppo. Negli ultimi due anni gli Houthi hanno inoltre mostrato crescenti capacità operative e disponibilità di mezzi più sofisticati: sebbene i rifornimenti che giungono al gruppo provengono perlopiù dall’Iran (che in questo momento mostra estreme difficoltà economiche, valutazione che ovviamente incide anche sulle possibilità concrete di rifornire i propri proxy) non può escludersi il ripetersi anche nel corso del 2021 di azioni di alto profilo rivendicate dagli Houthi in territorio saudita. Gli Houthi potrebbero cercare, infine, di esercitare una maggiore pressione sulla comunità internazionale intensificando la loro attività nel Mar Rosso (come sembrerebbe evidenziare un recente aumento delle azioni asimmetriche nell’area).

La politica regionale turca

Anche per il 2021 la Turchia resterà uno dei maggiori attori protagonisti a livello regionale, soprattutto per quanto concerne il panorama siriano, quello libico e quello del Mediterraneo orientale. Le ambizioni della Turchia sono volte alla costruzione di una sfera d’influenza regionale che risponde alle logiche di una politica neo-imperiale. Tale protagonismo, soprattutto nel Mediterraneo orientale, compatterà con ogni probabilità lo schieramento regionale dei Paesi ostili agli interessi turchi e inciderà sullo stato dei rapporti tra Ankara e gli altri attori regionali (soprattutto Israele ed Egitto, interessati a porre un freno alle ambizioni energetiche e politiche turche), Mosca e l’Europa (con particolare riferimento alla Francia).

Per quanto concerne nel dettaglio i rapporti tra Turchia e Israele va segnalato che alcune dichiarazioni fatte dai vertici di Israele nel corso del 2020 evidenzierebbero un progressivo spostamento dell’attenzione israeliana dalla minaccia proveniente da Teheran a quella proveniente da Ankara. Sebbene l’Iran continuerà, come già detto, a essere uno degli antagonisti principali per Israele, la Turchia rappresenterà sempre più nel corso del 2021 e anche dei prossimi anni uno dei principali competitor regionali per Israele. In ragione del forte protagonismo turco si ripeteranno molto probabilmente, anche nel corso del 2021, ciclici aumenti delle tensioni politico-diplomatiche nel Mediterraneo orientale, soprattutto con riferimento alla situazione di Cipro e, più in generale, alle dinamiche di gestione delle risorse offshore e al progetto dell’EastMed. In tale contesto non può escludersi il ripetersi non solo di episodi come quello dell’agosto 2020, quando una nave greca ha speronato una nave turca, ma anche di eventi con conseguenze dirette sull’attività di società operanti nel settore energetico come accaduto nel 2018 con il caso della Saipem 12000.

Principali dossier di politica interna

Per quanto concerne gli aspetti politici interni, due Paesi saranno da osservare con particolare attenzione nel corso del 2021.

Israele vedrà svolgersi a marzo 2020 le sue quarte elezioni parlamentari in circa due anni che, anche in questo caso come in passato, difficilmente assegneranno una maggioranza assoluta (il sistema proporzionale in vigore favorisce infatti governi di coalizione) al Likud di Benjamin Netanyahu (attualmente sotto processo per corruzione) o al partito Blu e Bianco di Benny Gantz. Verosimilmente si ripresenteranno le stesse difficoltà già registratesi nelle precedenti elezioni, aggravate dall’immaginabile impossibilità di raggiungere un nuovo accordo di coalizione tra i due principali partiti dopo l’esperienza di quello ormai fallito. D’altro canto, anche qualora a emergere non dovesse essere il Likud di Netanyahu (ipotesi poco probabile), la linea di Gantz difficilmente condurrebbe a una politica dai tratti eccessivamente differenti rispetto a quella finora seguita, soprattutto con riferimento alla questione palestinese. Anche su quest’ultima, inoltre, incideranno le scelte dell’amministrazione Biden. Sarà logicamente impossibile per Biden cancellare, dopo quasi tre anni, la decisione di Trump relativa al trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme; pur tuttavia, e sempre nel contesto della tradizionale politica filo-israeliana, la nuova amministrazione USA potrebbe seguire una linea di maggiore moderazione rispetto alla precedente, soprattutto su temi come ad esempio quello dell’annessione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

L’altro Paese dell’area da osservare attentamente nel corso del 2021 è il Libano. Il Paese dei cedri è senza un esecutivo avente poteri effettivi da agosto del 2020. Sebbene il Libano abbia già sperimentato in passato periodi anche lunghi di vuoto politico (sia a livello governativo sia a livello presidenziale) l’attuale mancanza di un governo desta forti preoccupazioni in ragione delle enormi difficoltà economiche che il Paese si trova ad affrontare dal 2019, aggravate dall’esplosione del porto di Beirut, dalla gestione della pandemia Covid-19 e dalla stessa crescente instabilità politica. Alcune fonti riportano perdite nel settore finanziario superiori ai 100 miliardi di dollari, stimando che il Libano avrebbe ora bisogno di un pacchetto di aiuti di almeno 63 miliardi, cifra considerevolmente superiore rispetto alle iniziali previsioni di prestito fatte durante i passati negoziati con la comunità internazionale; secondo le stesse fonti, tutte le banche libanesi sarebbero al momento insolventi. Proprio la gestione finanziaria da parte della Banca centrale libanese ha provocato, progressivamente negli ultimi anni, il drenaggio di buona parte delle sue riserve monetarie verso gli istituti bancari. Per quanto concerne l’economia reale, gli istituti internazionali hanno registrato un crollo del PIL pari almeno al 25% per il 2020. I prezzi dei prodotti alimentari avevano già registrato un aumento del 49,6% a maggio del 2020 e, secondo i dati più recenti, i prezzi al consumo sono aumentati di oltre il 66% dell’inizio del 2020 e del 131% rispetto al settembre 2019. Secondo le stime effettuate a giugno dalla Beirut Merchants Association è considerevolmente aumentato il rischio di fallimento per le imprese libanesi; si registra, inoltre, un drammatico calo del potere d’acquisto dei libanesi (provocato anche dall’iperinflazione) e un aumento dei tassi di povertà (almeno il 55% della popolazione vivrebbe attualmente al di sotto della soglia di povertà) soprattutto in ragione dell’aumento del tasso di disoccupazione (il quale avrebbe raggiunto il 35% a livello nazionale). La crisi dell’economia reale è stata ovviamente aggravata anche dalle restrizioni introdotte per la gestione della pandemia Covid-19. Inoltre, secondo le più recenti valutazioni, anche l’impatto della distruzione del porto di Beirut ha determinato enormi conseguenze sull’economia già particolarmente provata del Paese: il numero di container transitati per il porto di Beirut è diminuito del 42,2% tra gennaio e ottobre 2020; il traffico navale si è ridotto del 23,2% nello stesso periodo e la quantità di merci è diminuita del 35,9%, toccando il valore assoluto di 3,684 tonnellate complessive. Le entrate economiche del porto sono state pari a 92,4 milioni di dollari da gennaio a ottobre di quest’anno, con un calo del 44,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Figura 4. Infografica sui dati economici del Libano. Fonte: AFP
Figura 4. Infografica sui dati economici del Libano. Fonte: AFP

Le difficoltà di formare un nuovo governo in Libano e il possibile protrarsi dell’attuale situazione di vacuum politico per ulteriori mesi inciderà probabilmente in maniera irreversibile sulla stabilità istituzionale ed economica del Paese. La mancanza di un governo avente pieni poteri, infatti, rende impossibile proseguire con i negoziati tra il Libano e il Fondo Monetario Internazionale volti a stabilire un piano di salvataggio economico per il Paese, nonché con le negoziazioni con i partner internazionali per ricevere i previsti aiuti finanziari e umanitari. Del resto, anche la formazione di un nuovo governo difficilmente riuscirà a porre rimedio alla situazione politica e sociale del Paese. L’ambizioso progetto di riformare profondamente il sistema libanese si scontra con dei costi per i partiti politici libanesi e perfino personali per molti dei protagonisti della vita istituzionale, tali da rendere estremamente difficile l’implementazione di una vera e propria ristrutturazione del sistema-Paese. D’altro canto l’intera società libanese appare legata, in ogni sua declinazione, alle logiche clientelari dettate soprattutto dall’appartenenza alle comunità confessionali e alle grandi famiglie che controllano tutte le principali attività statuali e di fornitura dei servizi essenziali. Lo scenario più probabile per il 2021 è rappresentato dalla continuazione dello stallo politico in cui si trova il Paese cui tuttavia seguirà, salvo consistenti aiuti internazionali che però al momento non sembrano probabili (anche in ragione della situazione economia globale legata al Covid-19), una irrimediabile compromissione della situazione economico-finanziaria del Libano. Sebbene finora l’instabilità politica non abbia assunto le forme di una polarizzazione confessionale della società, il prolungarsi di questa situazione di estrema difficoltà sociale e politico-economica potrebbe incidere negativamente sull’equilibrio confessionale del Paese portando a episodi di maggiore tensione comunitaria. Inoltre, anche il prossimo governo dovrà negoziare gli aiuti finanziari necessari per risollevare il Paese con i principali attori internazionali, senza generare estremi sbilanciamenti geopolitici pena un accrescimento dell’instabilità regionale e delle pressioni esterne.

Conclusioni

Dal punto di vista delle relazioni regionali e internazionali, la politica di Trump nel Medio Oriente ha generato una serie di questioni che, pur ipotizzando il ritorno ad un nuovo status quo hic et nunc, continueranno a svilupparsi anche nel corso dell’anno ormai iniziato. A prescindere da ciò, il cambio di rotta più volte evidenziato con l’inizio dell’amministrazione Biden potrebbe porre nuove sfide e determinare nuove dinamiche sia all’interno dei singoli Paesi della regione e che nei rapporti tra essi.

Nel decimo anniversario delle “Primavere arabe”, si confermano gli scenari di crisi apertisi proprio nel 2011: Siria, Iraq e Yemen. Accanto a questi, e a dieci anni di distanza, si inserisce oggi il Libano. Quest’ultimo sarà indubbiamente uno dei Paesi dell’area suscettibile di maggiori sviluppi nel corso del 2021. Poco interessato dai grandi stravolgimenti nel contesto delle rivoluzioni del 2011, a dieci anni da quella “Primavera” il quadro di sicurezza del “Paese dei cedri” potrebbe risentire in maniera irreversibile non solo delle divisioni interne ma anche di quelle regionali. Nei suoi poco più di 10.000 chilometri quadrati e nelle sue 17 diverse confessioni riconosciute storicamente, si condensano, infatti, tutte le contraddizioni regionali e si manifesta, ancora una volta, la complessità del panorama mediorientale. 

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