Possibili sviluppi dell’attuale escalation tra Israele e gruppi palestinesi

Negli ultimi giorni si è assistito a una intensa escalation di violenze tra palestinesi e Forze di Difesa Israeliane (Israel Defense Forces – IDF), concentrate nei pressi della Porta di Damasco, della moschea al-Aqsa e in altre zone di Gerusalemme Est. In diverse occasioni, le IDF hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e onde sonore per disperdere i manifestanti; sarebbero diverse decine le persone tratte in arresto e centinaia i feriti.

Figura 1. Mappa della Città Vecchia di Gerusalemme. Fonte: Moon Travel Guides

Disordini tra manifestanti e IDF sono stati segnalati anche in altre città israeliane, in particolare ad Haifa (distretto di Haifa) e Nazareth (distretto settentrionale). Tensioni e scontri si sono verificati anche tra gruppi israeliani e palestinesi, sia in prossimità delle aree delle Città Vecchia sia in alcuni quartieri di Gerusalemme Est, oltre che in altri centri tra cui in particolare quelli di Nablus e Lod (città a est di Tel Aviv, abitata da una popolazione mista).

Le violenze registratesi a Gerusalemme hanno provocato la risposta armata dei militanti palestinesi della Striscia di Gaza, concretizzatasi in un aumento del lancio di ordigni incendiari improvvisati e di razzi dalla Striscia verso il territorio israeliano. Alla scadenza dell’ultimatum delle ore 18.00 del 10 maggio dato da Hamas, il gruppo ha lanciato oltre 250 razzi in territorio israeliano, alcuni dei quali caduti anche alla periferia di Gerusalemme. Il 10 maggio a Gaza le milizie palestinesi hanno allestito una sala comune di operazioni per il coordinamento della risposta contro Israele, dando il via all’operazione “Spada di Gerusalemme”. All’attacco proveniente dalla Striscia, Israele ha risposto nella notte tra il 10 e l’11 maggio con l’operazione “Guardiano delle Mura”, bombardando circa 140 obiettivi a Gaza.

Figura 2. Raid di Israele e Gaza. Fonte: Rai News/GettyImages

Quella a cui si sta assistendo è la più grave ondata di violenze dalla seconda intifada avvenuta tra il 2000 e il 2004/2005. Le ragioni alla base della recente escalation sono molteplici.

In generale, la concomitanza di diverse ricorrenze particolarmente sentite da ambo le parti – quali gli ultimi giorni del Ramadan (fino al 13 maggio), la Giornata mondiale di al-Quds (7 maggio), la ricorrenza ebraica dello Yom Yerushalayim (9-10 maggio) e l’avvicinarsi del Nakba Day (che si terrà il 15 maggio) – ha contribuito, come già accaduto con minore intensità anche negli anni passati, ad aumentare le tensioni tra le parti nella città di Gerusalemme, chiave della contesa tra Israele e palestinesi e “linea rossa” per ambo le parti. A tale contesto si è associata la particolare situazione del quartiere di Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est): il 10 maggio la Corte Suprema Israeliana di Gerusalemme avrebbe dovuto emettere il verdetto definitivo in merito a una richiesta di espulsione di alcune famiglie palestinesi dal quartiere. Sulla base di una legge del 1970 un gruppo di israeliani, infatti, ha avanzato richiesta di sfratto ai danni delle famiglie palestinesi per poter riprendere possesso della terra sottratta alle famiglie ebree presenti prima del 1948 nel quartiere. Sebbene la decisione del Tribunale sia stata successivamente rinviata proprio in ragione delle violenze, la questione del quartiere di Sheikh Jarrah ha funto da vero e proprio detonatore, determinando una rapida escalation delle violenze.

La questione degli sfratti solleva, infatti, la ferma opposizione della comunità palestinese, che lamenta da anni l’estensione incontrollata della politica degli insediamenti israeliani in tutta la Cisgiordania; una decisione positiva da parte del Tribunale di Gerusalemme in merito agli sfratti di Sheikh Jarrah darebbe, infatti, nuovo e forte impulso alla politica di insediamento anche nella parte orientale di Gerusalemme, rischiando di compromettere le posizioni palestinesi nella Città Santa e, in definitiva, il desiderio di vedere Gerusalemme Est diventare in futuro capitale di un neo-nato Stato palestinese.

Figura 3. Situazione degli sfratti nel quartiere di Sheikh Jarrah. Fonte: Middle East Eye

Tutto ciò si innesta in un quadro reso ancora più precario dalla decisione israeliana di non consentire il regolare svolgimento delle elezioni palestinesi previste per il 22 maggio anche a Gerusalemme Est; secondo le dichiarazioni ufficiali dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e del suo leader, Mahmoud Abbas (conosciuto anche con il soprannome di Abu Mazen), proprio tale decisione avrebbe spinto i vertici di Ramallah a posticipare le votazioni a data da definirsi.  

In tale contesto, le fazioni palestinesi, in particolare il movimento Hamas, che controlla amministrativamente la Striscia di Gaza, hanno invocato lo spettro di una possibile nuova Intifada. Tuttavia, lo stesso movimento appare difficilmente in grado di gestire un conflitto militare aperto e prolungato con Israele. Se da un lato, l’Operazione Spada di Gerusalemme si è resa necessaria per confermare i contorni della “linea rossa” invalicabile rappresentata da Gerusalemme, dall’altro potrebbe contribuire a rendere ancora più evidente la debolezza militare e politica del gruppo sia all’interno del movimento palestinese sia, soprattutto, nella stessa Striscia di Gaza. Oltre a ragioni di gestione interna della Striscia, negli ultimi anni le posizioni di Hamas si sono indebolite soprattutto a livello ideologico nell’immaginario palestinese, in ragione della progressiva “istituzionalizzazione” della resistenza contro Israele da parte di un movimento nato e sviluppatosi, al contrario, sul principio della resistenza armata. La perdita di consensi dopo il risultato delle elezioni del 2006, che hanno visto la vittoria nella Striscia della lista elettorale dominata proprio da Hamas, è stata favorita anche dalla concorrenza che il gruppo subisce ormai da anni da parte di altri movimenti palestinesi, talvolta più intransigenti rispetto a quello di Isma’il Haniyeh, in particolare da parte del Jihad Islamico. Negli ultimi anni, lo stesso Stato Islamico (Islamic State – IS) ha cercato di indebolire le posizioni di Hamas, nel tentativo di intercettare e monopolizzare la resistenza palestinese.

Pertanto, nonostante gli inevitabili proclami, gli ultimatum e le azioni di rappresaglia già condotte – tutti elementi intesi a dare una certa rappresentazione del Movimento agli occhi dell’opinione pubblica palestinese – Hamas potrebbe comunque cercare di frenare l’escalation in corso, sfruttando la mediazione proposta da vari attori regionali. Non si può tuttavia escludere la possibilità che l’attuale debolezza della posizione di Hamas possa comportare una valutazione strategica di segno completamente opposto e costituire il presupposto ideologico per fomentare un nuovo scontro diretto, nonostante un esito quasi scontato sul piano militare. Hamas potrebbe, in questo caso, cercare di utilizzare proprio la situazione di tensione creatasi per porsi alla testa di una nuova intifada e cercare di recuperare i consensi persi all’interno del movimento palestinese e della Striscia di Gaza, intercettando un sentimento palestinese generale a supporto di una definitiva ripresa della resistenza armata.

Del resto, anche qualora l’azione di Hamas dovesse essere volta ad una de-escalation, occorre considerare anche le posizioni degli altri gruppi palestinesi presenti a Gaza, primo fra tutti il già citato Jihad Islamico. Proprio quest’ultimo gruppo ha visto parzialmente aumentare negli ultimi anni il proprio supporto popolare e soprattutto la propria forza offensiva, in ragione anche dei rifornimenti di mezzi ottenuti in particolare da Teheran. Il gruppo Jihad Islamico è stato, infatti, uno dei protagonisti delle cicliche escalation di lanci di razzi che si sono registrate dal 2018, anno in cui l’allora amministrazione USA Trump decideva di spostare la sede della propria Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, confermando simbolicamente il sostegno alle pretese israeliane di avere come propria capitale la Città Santa. Sebbene difficilmente il gruppo riuscirà a ergersi a leader di una nuova intifada, il Jihad Islamico potrebbe nei fatti contribuire a determinare, tramite la sua azione offensiva nei confronti di Israele, una spirale incontrollata di violenze e scontri armati.

Con ogni probabilità contraria ad un’ulteriore escalation delle violenze è, invece, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), rimasta sostanzialmente ai margini mediatici rispetto a quanto sta accadendo. La volontà di non cavalcare in alcun modo l’onda delle nuove proteste è parsa evidente dalle dichiarazioni ufficiali dell’ANP in seguito ai fatti di Gerusalemme, limitatesi a una condanna di Israele e a un appello alla comunità internazionale affinché possa far cessare le violenze. Una nuova intifada del popolo palestinese, infatti, finirebbe per rivolgersi contro la stessa ANP, giudicata ormai incapace di proporre serie e concrete iniziative politiche per la soluzione soprattutto dell’annosa questione legata alla politica di insediamento in Cisgiordania. La crescente debolezza e perdita di consensi dell’ANP, del suo partito di maggioranza al-Fatah e del suo leader, Abu Abbas, è emersa dalla stessa decisione di posticipare a data da definirsi le elezioni nei Territori. In tale occasione, la popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania ha accusato i vertici dell’ANP di non aver seguito una politica sufficientemente incisiva nei confronti di Israele sulla questione delle elezioni a Gerusalemme Est e, successivamente, dopo il rinvio, di aver anteposto la tutela dalla propria posizione politica (in caso di elezioni, infatti, la riconferma delle attuali posizioni di al-Fatah e dell’ANP non sarebbe stata affatto certa) alle elezioni.

La posizione più incerta è al momento quella di Israele. Se la decisione della corte di Gerusalemme di posticipare la sentenza relativa agli sfratti di Sheikh Jarrah aveva fatto immaginare una volontà di de-escalation da parte delle autorità dello Stato di Israele, la successiva Operazione Guardiano delle Mura ha ripreso la tradizionale strategia di contro-rappresaglia armata israeliana. L’incertezza circa la strategia israeliana si spiega, in larga parte, facendo riferimento alla delicata congiuntura politica interna israeliana successiva alle quarte elezioni parlamentari tenutesi in circa due anni, le quali ancora una volta hanno determinato una situazione di stallo. Se è vero, in questo senso, che Israele si trova in un momento poco opportuno per gestire una rinnovata resistenza popolare palestinese, dal punto di vista dall’uscente Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, ancora incaricato della gestione degli affari correnti, la situazione potrebbe rappresentare una buona occasione per trovare nuovi spazi in cui inserirsi nelle dinamiche partitiche e politiche interne israeliane. L’impossibilità del leader del Likud di formare un nuovo governo e, conseguentemente, la decisione del capo dello Stato di affidare l’incarico a Yair Lapid (leader del partito Yesh Atid) ha messo Netanyahu (attualmente sotto processo per corruzione) davanti alla possibilità di essere escluso dal nuovo governo israeliano, compromettendo la possibilità di beneficiare dell’immunità parlamentare. In ogni caso, il passaggio al vertice del governo israeliano e l’avvicinarsi della scadenza, a inizio giugno, del mandato del Presidente Reuven Rivlin, contribuiscono ad aumentare l’incertezza sulle decisioni che lo Stato di Israele adotterà nel breve periodo.

La necessità di far ripartire l’economia israeliana a seguito della pandemia da Covid-19 rappresenta un’ulteriore variabile da prendere in considerazione: una nuova intifada, infatti, potrebbe danneggiare le possibilità di ripresa dell’intero comparto turistico, determinando un’ulteriore flessione dei tassi di crescita.

Figura 4. Andamento del numero dei turisti in Israele nel periodo 1985 - 2009. Fonte: CBS
Figura 5. Turisti per notte nelle principali destinazioni in Israele nel 2011. Fonte: ReserchGate, “Homeland Entitlement: Perspectives of Israeli Domestic Tourists” di Shalini Singh e Shaul Krakover, 2019.

Ad oggi, pertanto, la situazione rimane estremamente fluida. Anche qualora le tensioni dovessero progressivamente rientrare, questi giorni di rinnovata violenza tra le parti hanno posto l’accento sulla persistenza della contesa israelo-palestinese e soprattutto sul suo potenziale conflittuale a livello regionale. L’escalation tra Israele e palestinesi pone, infatti, tutti gli Stati della regione (sebbene ciascuno in maniera differente) dinanzi alla necessità di pronunciarsi politicamente sugli eventi in corso, potendo pertanto in questo modo anche amplificare i dissidi e le ostilità a livello regionale. Nella stessa ottica, l’escalation di questi giorni ha dimostrato alcuni dei limiti degli Accordi di Abramo, sponsorizzati dalla precedente amministrazione USA a guida Trump, nell’intento di ridisegnare le alleanze regionali per porre Israele in una condizione di maggiore forza e, contestualmente, isolare la questione palestinese nella logica dei rapporti tra Israele e Paesi arabi. La questione palestinese rimane, dunque, imprescindibile nella definizione dello status quo regionale; all’interno della questione palestinese, poi, e in contrasto con l’approccio strategico israeliano che mira a scindere il problema Gerusalemme dal contesto generale, il dilemma legato allo status della Città Santa continua ad apparire come la chiave di volta di tutta la contesa, delle cicliche escalation delle tensioni e dei possibili equilibri futuri.

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