Svolta presidenzialista o autoritaria? La “nuova” Tunisia di Kais Saied alla prova delle piazze

Il 20 settembre 2021, in un discorso pubblico tenuto a Sidi Bouzid – città nota per l’autoimmolazione dell’ambulante Mohamed Bouazizi avvenuta nel dicembre del 2010 – il Presidente Kais Saied ha delineato gli sviluppi futuri della situazione politico-istituzionale tunisina generatasi a partire dal 25 luglio 2021 con l’attivazione del regime di eccezionalità giuridica (ex articolo 80 della costituzione). Saied ha quindi annunciato di voler nominare un nuovo primo ministro, di voler emendare la costituzione e di voler procedere con una modifica della legge elettorale attualmente in vigore.

Figura 1. Fotogramma del discorso del Presidente Kais Saied a Sidi Bouzid il 20 settembre 2021

Le dichiarazioni fatte a Sidi Bouzid sono confluite nell’emanazione del decreto presidenziale n. 117/2021 tramite il quale si sono estesi il congelamento dei poteri parlamentari e la revoca dell’immunità parlamentare e si sono bloccati il pagamento degli stipendi e i privilegi concessi ai membri e al presidente del Parlamento. Lo stesso atto legislativo prevede misure eccezionali per l’organizzazione dei poteri legislativi ed esecutivi. Nei fatti, le previsioni di tali capitoli vanno a sostituirsi ai Titre 3 – Du pouvoir législatif e Titre 4 –  Du pouvoir exécutif dell’attuale Costituzione tunisina, definendo un regime costituzionale e una organizzazione dei poteri alternativa rispetto a quanto precedentemente in vigore con la costituzione del 2014.

Figura 2. Testo del decreto presidenziale del 22 settembre 2021

Sebbene delinei una struttura provvisoria, il decreto del 22 settembre appare esprimere chiaramente la strategia di Saied, volta a un riassetto dei poteri fortemente sbilanciato a favore della Presidenza della repubblica. In tale prospettiva, il cambiamento della legge elettorale e della costituzione potrebbe andare nel senso di un deciso presidenzialismo e, soprattutto, di una forte riduzione del ruolo dei partiti politici nello scenario tunisino.

In ogni caso, le misure introdotte con il decreto del 22 settembre hanno contribuito ad alimentare le incertezze da parte degli attori politici e della società civile rispetto alla decisioni del Presidente degli ultimi mesi. Finora, la linea di Saied aveva goduto di un ampio supporto e, anche in diverse occasioni pubbliche, parte della popolazione aveva sostanzialmente invitato il Presidente a sciogliere definitivamente il Parlamento. Un simile atteggiamento potrebbe evidenziare una propensione verso la figura dell’uomo forte, cioè un leader carismatico che possa dare una risposta concreta all’incapacità dei gruppi politici tradizionali di garantire il comando e l’autorità necessari per la sopravvivenza dell’ordine sociale. In questo senso, la stessa elezione di Saied nell’ottobre del 2019, un candidato indipendente ed estraneo alla logiche di partito e di potere, aveva già evidenziato la volontà della popolazione tunisina di affidarsi ad un uomo forte che potesse uscire dalla logiche preesistenti e che potesse restituire speranza ad una rivoluzione tradita.

Per questa ragione, la svolta presidenziale avviata da Saied potrebbe effettivamente continuare a godere del supporto della popolazione, o quantomeno di una sua ampia porzione, anche nei prossimi mesi. Ciò soprattutto nel caso in cui il Presidente riesca da un lato a porsi come effettivo garante della tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali e, dall’altro, a dare delle risposte concrete alla grave crisi economico-sociale che interessa il Paese.

Figura 3. Indicatori macroeconomici per la Tunisia. Da sinistra verso destra: popolazione, disoccupazione, bilancia commerciale (espressa in miliardi), crescita economica e inflazione. Fonte: Institut national de la statistique – Tunisie, http://www.ins.tn/ar
Figura 4. Andamento del tasso di inflazione su base mensile dal dicembre 2020 all’agosto 2021. Fonte: Institut national de la statistique – Tunisie, http://www.ins.tn/ar
Figura 5. Tasso di crescita economica per trimestre dal terzo trimestre del 2018 al secondo trimestre del 2021. Fonte: Institut national de la statistique – Tunisie, http://www.ins.tn/ar
Figura 6. Andamento del tasso di disoccupazione dal terzo trimestre del 2019 al secondo trimestre del 2021.In verde: disoccupazione femminile. In azzurro: disoccupazione media. In nero: disoccupazione maschile. Fonte: Institut national de la statistique – Tunisie, http://www.ins.tn/ar

Dall’altra parte, fin dall’inizio dell’iniziativa del Presidente Saied, non sono mancate le voci di dissenso che hanno invocato la possibilità concreta di una deriva autoritaria. Tali timori si sono rafforzati nelle ultime settimane, soprattutto in ragione del prolungarsi della situazione d’eccezionalità, della mancanza di un governo e di un primo ministro e della possibilità che le riforme annunciate (costituzionale e modifica alla legge elettorale) possano vedere un margine di azione incondizionato da parte del Presidente Saied.

Il 26 agosto, appena dopo l’annuncio da parte del Presidente della proroga sine die della sospensione del Parlamento e del regime di eccezionalità ex articolo 80, sei organizzazioni rappresentative della società civile, l’Union nationale des journalistes tunisiens (SNJT), Association des Magistrats Tunisiens (AMT), l’ Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD), la La Ligue tunisienne des droits de l’homme  (LTDH), il Forum tunisien des droits économiques et sociaux (FTDES) e l’Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche sur le Développement (Afturd), hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui hanno denunciato pratiche arbitrarie e abusi che hanno accompagnato le misure eccezionali annunciate da Saied. Nel comunicato congiunto si richiamavano in particolare i divieti di viaggio imposti ad alcuni uomini d’affari, deputati e personalità pubbliche, la nomina al Ministero dell’Interno di alti dirigenti perseguiti per tortura e violenza e le restrizioni all’accesso delle informazioni relative agli ordini di arresto di determinate personalità. Le organizzazioni firmatarie hanno anche denunciato il venir meno del pluralismo nei media e la demonizzazione delle opinioni contrastanti rispetto alle decisioni di Saied sui social network. Infine, le stesse sei organizzazioni hanno proposto l’apertura di un dibattito nazionale per un progetto “post-25 luglio” con la partecipazione di tutte le componenti della società civile. Deve infatti sottolinearsi che, dopo le prime consultazioni da parte di Saied a favore delle diverse componenti della società civile avviate nei giorni immediatamente successivi alla decisione di luglio, il tavolo di dialogo sembra essere sospeso.

Proprio in tale contesto, il 18 settembre 2021 (per la prima volta dal 25 luglio) centinaia di tunisini sono scesi in piazza nel centro della capitale, Tunisi, nell’intento di chiedere la revoca delle misure eccezionali introdotte da Saied. La maggior parte dei partecipanti alla manifestazione è ricollegabile al partito Ennahdha e ad altre formazioni politiche di medesimo orientamento islamista (in particolare alla coalizione al-Karama, partito ultraconservatore). Ennahdha, uscito vincitore dalle ultime elezioni parlamentari e dunque maggioritario in parlamento, rappresenta il principale oppositore al disegno di Saied. I vertici del partito islamista hanno evidenziato, subito dopo il discorso di Sidi Bouzid, che il mantenimento delle misure eccezionali ex articolo 80, la mancanza di un governo legittimo e la sospensione del parlamento eletto potrebbero avere come conseguenza lo smantellamento dell’attuale apparato istituzionale e finire per peggiorare la crisi economica, finanziaria e sociale del Paese. Anche in seguito all’ufficializzazione del decreto del 22 settembre, il partito Ennahdha ha pubblicato un comunicato ufficiale denunciando una sospensione della costituzione e la sua sostituzione con un regime di poteri temporaneo con chiare tendenze verso una forma di governo autoritaria e assoluta. Il partito ha fatto inoltre appello a tutte le forze politiche, sociali, alla stessa società civile e alle personalità indipendenti all’interno dello stato tunisino a unire le proprie forze e a superare le differenze per unirsi nella difesa dei valori della repubblica e della democrazia e per proteggere il Paese dal pericolo generato dalla condotta presidenziale. L’appello rivolto dal partito Ennahda, tuttavia, si conclude con un chiaro riferimento ad un “engagement” continuo fino al ripristino dell’assetto democratico ma che assuma la forma di una “lutte pacifique”.

Figura 7. Comunicato ufficiale del Partito Ennahdha. Fonte: account Twitter Ennahdha Tunisie, https://twitter.com/NahdhaFr

Il comunicato del 23 settembre di Ennahda potrebbe evidenziare un parziale abbandono della strategia attendista e conciliante che il partito aveva adottato nelle settimane passate. Dopo i primi giorni di forte opposizione e inviti a scendere in piazza, fin da luglio il partito non ha applicato una strategia di forza, preferendo gli appelli verbali al dialogo e il ritorno alla legalità costituzionale, senza fomentare la violenza popolare. Tale approccio si spiega con una strategia politica di più ampio respiro perseguita dal partito islamista: l’apertura al dialogo potrebbe infatti consentire a Ennahdha di riabilitarsi agli occhi della popolazione tunisina (avendo perso di popolarità soprattutto con l’ultimo governo) e di inserirsi in eventuali futuri negoziati politici. Al contrario, una strategia votata ad un’inflessibile opposizione potrebbe più agevolmente concedere margini di manovra al Presidente Saied per contestare l’operato di Ennahdha, provocando probabilmente un’ulteriore disaffezione nei confronti del partito. Tuttavia, la parziale revisione costituzionale introdotta con il decreto di settembre, spingendo il partito di Rached Ghannouchi sempre più in un forzato isolamento, potrebbe comportare una revisione nella scelta strategica di Ennahdha verso un’azione di maggiore forza. Quest’ultima tuttavia potrebbe avere reali e concrete conseguenze solo se il partito islamista riuscirà a inserirsi in una eventuale più ampia dinamica popolare di contestazione contro le decisioni del Presidente. Probabilmente il riferimento ad una “lotta pacifica” fatta da Ennahdha potrebbe inserirsi proprio in una strategia comunicativa volta a sostenere la bontà della propria posizione soprattutto in un momento in cui il Presidente Saied, personalità che sicuramente e nonostante tutto continua a godere di un supporto maggiore di quello di cui gode il partito, viene accusato di fomentare l’instabilità sociale e le contrapposizioni civili.

Secondo le informazioni disponibili, infatti, alla marcia del 18 settembre avrebbero partecipato anche attivisti, difensori dei diritti umani, avvocati, magistrati, giuristi e politici indipendenti o non ricollegabili al fronte di Ennahdha. Gli slogan utilizzati durante la manifestazione sono emblematici del pensiero di questa parte della popolazione tunisina: “No al declino della legittimità”, “No al golpe contro le istituzioni dello Stato”, “Nessuna paura, nessun terrore, il potere appartiene al popolo” e “Costituzione, libertà, dignità nazionale”. Occorre precisare che, nella maggior parte dei casi, anche i manifestanti contrari alla decisione di Saied non appoggiano i vecchi partiti al governo, accusati di essere i responsabili dell’attuale situazione vissuta dal Paese. Tuttavia l’avversione nei confronti del sistema partitico precedente non giustifica agli occhi di tale fazione la sospensione del cammino democratico avviato dalla Tunisia nell’ultimo decennio. Dal canto loro, dunque, la richiesta fondamentale è quella di preservare le conquiste in termini di libertà e dunque di ripristinare i poteri di un parlamento eletto dal popolo. Questa fetta della società civile ha già annunciato di voler manifestare nella capitale Tunisi il 26 settembre per denunciare il decreto presidenziale 117/2021.

Alla marcia dello scorso 18 settembre non ha invece partecipato l’Union générale tunisienne du travail (UGTT) il più forte e autorevole sindacato tunisino e attore protagonista della società civile nazionale. Nel corso di diverse dichiarazioni ufficiali i vertici del sindacato hanno ribadito il loro interesse al dialogo e alla consultazione con il Presidente e con tutte le organizzazioni della società civile tunisina ed il ripudio alle violenze di piazza, ritenendo che una simile azione di forza possa nella situazione attuale portare ad un conflitto più esteso a livello sociale. Tuttavia, a seguito del decreto emanato il 22 settembre si è assistito ad un parziale irrigidimento delle posizioni dell’UGTT: in un comunicato i vertici del sindacato hanno sottolineato il pericolo per la democrazia insito nella concentrazione dei poteri nelle mani del capo dello Stato rinnovando le richieste di consultazione, condivisione e dialogo tra tutte le componenti sociali, politiche e istituzionali del Paese e la necessità della rapida formazione di un nuovo governo.  Per quanto Saied possa rimanere popolare nel Paese, l’eventuale perdita del sostegno del sindacato potrebbe rappresentare una reale battuta d’arresto per l’azione presidenziale e aprire a una nuova e più grave dimensione della crisi.

Più in generale, la parziale sospensione della costituzione potrebbe sollevare crescenti interrogativi sul regime politico che Saied vuole instaurare e sulle sue reali intenzioni. Sul fronte della stabilità sociale questo potrebbe comportare nelle prossime settimane/mesi un aumento delle proteste contro le decisioni di Saied e contestualmente un aumento delle contromanifestazioni da parte dei sostenitori dell’azione presidenziale. Questo conseguentemente aumenterebbe il rischio di polarizzazione delle società intorno ai due rispettivi centri di potere: la presidenza e l’opposizione. Quest’ultima non per forza dovrà assumere le sembianze di una opposizione islamista, ma d’altro canto è verosimile supporre che i partiti come Ennahdha, attualmente in grave deficit di consensi e spaccato al proprio interno, potrebbero cercare di sfruttare l’eventuale crescente malcontento e orientarlo nuovamente a proprio favore. Il rischio di disordini è, dunque, destinato ad aumentare man mano che la situazione emergenziale venga protratta nel tempo e soprattutto, come detto, qualora le decisioni di Saied dovessero assumere un carattere limitativo delle libertà o mostrarsi incapaci di rispondere seriamente alle diverse aree di crisi, soprattutto quella economica. Dal punto di vista politico, il rischio è che progressivamente il Presidente possa risultare sempre più isolato nella realizzazione del suo progetto e far scivolare conseguentemente il Paese in una perdurante crisi politica. Nello scenario tunisino in cui si intersecano una profonda crisi politica, un’instabilità istituzionale endemica e un forte deterioramento della situazione economico-finanziaria le conseguenze di uno stallo politico potrebbero comportare la definitiva rottura del precario equilibrio democratico raggiunto dalla Tunisia negli ultimi dieci anni.

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