Tentato colpo di stato in Niger: le ragioni alla base dell’attuale fase di instabilità

Nella notte tra il 30 e il 31 marzo 2021 si sono registrati colpi di arma da fuoco ed esplosioni in prossimità del Palazzo Presidenziale a Niamey. La situazione, rientrata in poche ore secondo le informazioni rilasciate da una fonte anonima dei servizi di sicurezza, è stata immediatamente qualificata dall’emittente francese France24 come un possibile tentativo di colpo di stato. Le autorità nigerine hanno annunciato nelle ore successive ai fatti di aver proceduto all’arresto di pochi elementi militari che avrebbero guidato questo presunto tentativo di coup d’état.  

Figura 1. Immagine del presunto colpo di stato. Fonte: Twitter
Figura 1. Immagine del presunto colpo di stato. Fonte: Twitter

A prescindere dalla veridicità o meno del tentativo di colpo di stato, dai suoi fautori e dalle ulteriori specifiche informazioni che emergeranno nelle prossime ore e giorni, la situazione politica del Paese è caratterizzata da una forte incertezza già da diversi mesi. L’aumento della minaccia derivante dal terrorismo di matrice jihadista, la crisi sanitaria correlata al Covid-19 con le conseguenti misure di controllo come la chiusura dei confini, l’isolamento di alcune città e il coprifuoco, nonché l’ulteriore deterioramento della situazione socio-economica hanno notevolmente indebolito la popolazione e portato ad una escalation del malcontento interno. 

Figura 2. Attacchi asimmetrici in Niger dal 2009 al 31 marzo 2021. Fonte: Janes
Figura 2. Attacchi asimmetrici in Niger dal 2009 al 31 marzo 2021. Fonte: Janes

Tali criticità sono state a loro volta rafforzate dalla situazione politica nazionale, caratterizzata da forti contrasti tra la maggioranza al governo e i partiti dell’opposizione: negli ultimi 5 anni, cioè dalle precedenti elezioni del 2016, quando al leader dell’opposizione, Hama Amadou, venne impedito di presentarsi alle presidenziali il dialogo politico è risultato del tutto bloccato (dopo le elezioni del 2016 l’opposizione si è, infatti, rifiutata di prendere parte al governo di unità nazionale, ritirandosi dagli organi di consultazione politica come il Consiglio nazionale per il dialogo politico) e l’attenzione dell’establishment nigerino è stata maggiormente concentrata sui consensi e sulla lotta di potere che sulle reali e impellenti necessità del Paese in termini sociali, umanitari, alimentari e securitari.

Le ultime elezioni presidenziali e legislative tenutesi il 27 dicembre 2021 hanno catalizzato tale malcontento, facendo emergere fin da subito l’impossibilità di trovare un compromesso tra le varie fazioni politiche dopo i livelli di tensione raggiunti negli ultimi 5 anni. Nonostante tali premesse, le elezioni presidenziali di dicembre 2020 sono inizialmente accolte con un certo ottimismo, soprattutto in ragione della dichiarata volontà del presidente uscente, Mahamadou Issoufou, di non ricandidarsi per un terzo mandato, nel rispetto del divieto sancito dalla Costituzione del 2010 (decisione comunque degna di nota nel particolare contesto africano). Il rispetto del vincolo costituzionale da parte di Issoufou è stato letto come il desiderio di favorire un vero e proprio meccanismo democratico di passaggio del potere; elemento non di poco conto in un Paese che è stato teatro di ben quattro colpi di stato dall’indipendenza del 1960 e di ripetute interruzioni del processo democratico. Il candidato del partito di maggioranza attualmente al governo, il PNDS Tarayya, alle elezioni del 2020 è stato dunque Mohamed Bazoum, ex ministro degli interni, che ha ricevuto il supporto del Presidente uscente. Per quanto concerne il versante dell’opposizione, un codice approvato nel 2019, che esclude dall’elettorato passivo eventuali candidati che siano stati condannati ad almeno un anno di carcere, ha reso inammissibile la candidatura del leader del principale partito di opposizione, il Mouvement Démocratique Nigérien pour une Fédération Africain (MODEN/FA Lumana AFRICA), Hama Amadou, già escluso, come visto, dalle elezioni del 2016. Quest’ultimo, supportato da ampie fasce della popolazione, ha conseguentemente approvato e sostenuto come candidato presidenziale il leader del Renouveau Démocratique et Républicain (RDR Tchanji), Mahamane Ousmane.

Non avendo raggiunto i voti validi necessari al primo turno dl 27 dicembre, il 21 febbraio 2021 si è proceduto a un secondo turno presidenziale che ha visto sfidarsi proprio Bazoum e Ousmane. Segnato da diversi episodi di violenza, il voto ha assegnato la vittoria (55,66%, pari a 2.492.049 voti) al candidato del partito di maggioranza, Bazoum, mentre Ousmane ha ottenuto il 44,25% dei voti (pari a 1.983.070).

La stessa vittoria di Bazoum, dopo la decisione di Issoufou di non ricandidarsi per la terza volta alle elezioni, aveva fatto nuovamente sperare in una possibile transizione presidenziale pacifica e democratica. Tuttavia, la contestazione politica dei risultati delle elezioni e il conseguente ampio moto di insorgenza socio-politica che si è generato a seguito della vittoria di Bazoum ha reso palese quanto profonde fossero le fratture politiche esistenti all’interno del Paese. Fin dai primi giorni successivi alle elezioni, l’opposizione ha infatti avanzato formali accuse di frode elettorale, chiedendo l’immediata sospensione della pubblicazione dei risultati e invocando proteste in tutto il Niger. Conseguentemente, ampie e violente proteste e manifestazioni si sono registrare soprattutto nella capitale, Niamey, ma anche nella città di Zinder, roccaforte dell’opposizione, nei giorni successivi all’annuncio della vittoria, nonostante il divieto di raduni in vigore nel Paese. Le proteste sono degenerate in diverse occasioni in scontri violenti tra i manifestanti e le forze di polizia, le quali hanno frequentemente represso con la forza, anche tramite l’uso di munizioni vere, i manifestanti. La situazione è ulteriormente peggiorata a partire dal 21 marzo 2021, quando la Corte costituzionale nigerina ha proceduto alla proclamazione ufficiale dei risultati finali del secondo turno delle presidenziali, dopo aver valutato e rigettato tutti i ricorsi presentanti dall’opposizione. Sulla scia di tale decisione, il 28 marzo, a soli 4 giorni dall’insediamento ufficiale di Bazoum previsto il 2 aprile 2021, Ousmane e i suoi alleati, riuniti in una sessione straordinaria della coalizione PAC 20-21, hanno annunciato una nuova azione legale e hanno invitato i propri sostenitori alla mobilitazione generale in tutto il paese per contestare la vittoria, ritenuta fraudolenta, di Bazoum.

Figura 3. Incidenti di varia natura registratisi in Niger nel mese di febbraio 2021. Fonte: Acled, Menastream
Figura 3. Incidenti di varia natura registratisi in Niger nel mese di febbraio 2021. Fonte: Acled, Menastream

Il Paese saheliano non vedeva una simile situazione di crisi post-elettorale dal 1996, crisi a cui fece seguito, nel 1999, il colpo di stato militare in cui venne ucciso il Presidente Ibrahim Bare Mainassara. Nell’attuale fase, a peggiorare ulteriormente il quadro del Paese, vi è senz’altro il contesto regionale in cui si è evidenziato un crescente aumento delle tensioni e dei fenomeni di insorgenza socio-politica. L’ampio moto di insorgenza e il successivo colpo di stato maliano dell’agosto 2020 potrebbero servire da esempio anche per le popolazioni dei Paesi limitrofi, tra cui appunto il Niger, soprattutto ora che la vittoria di Bazoum ha catalizzato e fatto esplodere il malcontento. In un contesto come quello nigerino di grave crisi alimentare, potenzialmente in peggioramento data la possibile riduzione degli aiuti internazionali derivante dagli effetti economici a livello globale della pandemia Covid-19, nonché di progressivo deterioramento del contesto di sicurezza, la popolazione potrebbe spingersi verso forme sempre più estreme di insorgenza portando, anche nel breve periodo, al collasso delle istituzioni nigerine.

Figura 4. Mappa degli eventi di violenza politica in Burkina Faso, Niger e Mali nel 2020. Fonte: Acled
Figura 4. Mappa degli eventi di violenza politica in Burkina Faso, Niger e Mali nel 2020. Fonte: Acled

Sebbene la fermezza dell’opposizione di piazza possa favorire un ulteriore aumento dell’instabilità nel Paese, il fattore determinante in un eventuale futuro colpo di stato è rappresentato ovviamente dall’esercito. Al contrario di quanto accaduto in Mali e almeno per il momento non sembra potersi prospettare un’azione di forza da parte dei reparti dell’esercito. Sebbene la storia del Niger sia caratterizzata da azioni militari, e del resto con ogni probabilità proprio per questa ragione, l’ex presidente Issoufou ha adottato una chiara strategia volta a preservare la lealtà delle forze armate, con l’obbiettivo di ridurre i rischi di un colpo di stato manu militari ai suoi danni. Anche in ragione della minaccia terroristica in aumento nel Paese almeno dalla fine del 2019, l’ex presidente ha avviato numerosi sforzi a sostegno delle forze armate (tra i quali il programma “Renaissance”) non solo nell’ottica di un miglioramento logistico e operativo delle stesse, ma anche con l’obiettivo di supportare “socialmente” la categoria. Esempi di questa strategia sono stati la costruzione di alloggi per i militari e la previsione di un fondo speciale, chiamato WAQF, per sostenere gli orfani e le vedove dei soldati caduti; anche l’approccio narrativo-simbolico è stato pensato con l’intento di favorire a livello di immaginario una forte compenetrazione tra le esigenze dei militari e l’approccio della presidenza (ne è esempio la costruzione a Niamey di un monumento ai soldati martiri in omaggio ai caduti delle forze armate). Questa strategia presidenziale ha indubbiamente contribuito a rafforzare il supporto dell’esercito nei confronti del presidente uscente. Tale dato andrà ovviamente rivalutato con la nuova presidenza Bazoum, sebbene con ogni probabilità la linea seguita sarà la medesima della precedente. Se da un lato, tuttavia, la strategia della neo-presidenza dovrebbe inserirsi nella stessa logica di ricerca e tutela del sostegno delle forze armate, dall’altro la situazione socio-economica e politica del Paese potrebbe deteriorarsi al punto che la stessa presidenza potrebbe non essere più in grado di sostenere i propri sforzi a favore dell’esercito. Ciò ovviamente finirebbe per aumentare le possibilità che le forze armate, soprattutto nei suoi più alti ranghi, possano supportare progressivamente le richieste della piazza, sfruttando l’insorgenza popolare per farsi realmente promotrici di un colpo di stato ai danni del presidente Bazoum.  

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